La verità…

La verità è cercare un gatto nero in una stanza buia ….e gridare:- L’ho trovato…

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Non dire..

Non dire mai a nessuno i tuoi problemi.

Al 20 % della gente non importa …

l’altro 80% è contenta che tu li abbia…

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Il confine è negli occhi di chi guarda..

Ammiro quelle persone che neanche ti conoscono e ti danno il tu.

Ti trattano come se ti conoscessero da sempre. Io invece mantengo, a primo impatto le distanze. Il Lei è dobbligo per rispetto intanto degli altri e di me stessa.

Figlia di un’educazione severa, ma mai bacchettona. Questo mi ha procurato una rigidità mentale che probabilmente non ho mai voluto scalfire per rispetto di chi mi sta di fronte.

Alcuni pensano che sia altezzosita’, puzza sotto il naso, volere mantenere le distanze.

Forse è solo timidezza.

Ogni individuo possiede un suo territorio. Ed io rispetto il territorio altrui ed il mio.

Imparare a riconoscerlo consente di stabilire relazioni armoniose.

La mia aura, la mia bolla, è molto ristretta. Per me costituisce una sorta di scudo. Poterla oltrepassare vuol dire che è stato conquistato il mio cuore, la mia amicizia, la mia fiducia, la mia confidenza, la mia vulnerabilità

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Ricordi della vita di mia madre

RICORDI DELLA MIA VITA

Di Caterina Lentini

Giunta quasi al termine mi presento, sono Caterina Lentini, ottantacinquenne.

Sono nata il 15 Agosto 1924 e sto cominciando a scrivere i miei ricordi, precisamente il 28 giugno del 2010.

Era una notte di luna piena quando ho visto la prima luce, la luna è stata coperta per una eclissi.

La mia nascita ha prodotto tanta gioia alla mia mamma Antonietta e a mio padre Letterio

Ho cominciato a scrivere tante volte il diario, ma non ci sono mai riuscita perchè non volevo fare conoscere a tutti i miei segreti pensieri.

E adesso comincio dal primo giorno.

Abitavo in una modesta casetta di un modesto rione di Messina. Vivevo con i miei genitori che hanno fatto di tutto per darmi un’istruzione e una ricchezza morale additandomi le cose di valore spirituali della vita. Mi hanno formato dandomi una fede religiosa cristiana come essi stessi avevano.

Umile e semplice è stata la mia infanzia. Man mano che trascorrevano gli anni e procedevano i miei studi, mi sentivo sempre più sicura, dato che quello che riuscivo ad apprendere dalla scuola, si trasformava in me in ricchezza spirituale e morale.

Poi c’è stata la guerra, bombardamenti, stragi, morti, fame e paura di non rivedere il giorno dopo.

Intanto io ero nel pieno della mia fanciullezza. Pur in mezzo a tutti i bombardamenti e tanto altro, mi sono diplomata maestra.

Questo era il mio sogno che si realizzava , anche con tutto ciò che c’era intorno, ma era la vita di quel momento e l’ho accettata.

Il dopo guerra è stato bellissimo , non mancava più nulla, si può dire che ero felice insieme ai miei.

Una cosa bella che mi ha dato la vita, il mio sogno si realizzava, quindi ho superato il concorso per l’insegnamento nella scuola elementare, una grandissima gioia era in me.

Ora cominciavano gli anni più belli, anche se dovevo spostarmi da una sede all’altra per insegnare. Quanti paesi ho girato, quante scarpe ho consumato, quanto tempo ho trascorso fuori di casa per educare e dare qualcosa di me stessa per i bimbi del mondo.

Così continua la mia vita, quando giunge il giorno della grande decisione e mi sono decisa a sposarmi con Francesco. Ciò è avvenuto il 2 settembre 1954. Viaggio di nozze e poi è arrivata la gioia più grande, una bambina: sono diventata madre.

Un sentimento unico, immenso, da non potersi paragonare a nessun altra cosa al mondo.  Poi vengono i nipoti che sono altri grandi affetti della mia vita. E così si continua, un giorno dietro l’altro, tutti uguali e tutti diversi.

Si arriva così al giorno della pensione e sembra tutto  sia passato in un baleno.

Ho superato i 65 anni e non me ne sono accorta.

I giorni passano inesorabili e veloci e dopo alterne vicende arriva un giorno nel quale oggi ho compiuto 85 anni e proprio ora devo cambiare le mie abitudini alimentari e passare dai gusti bielorussi a quelli rumeni.

La vita si svolge monotona. Giorni lunghi e interminabili, notti eterne. Gli avvenimenti si susseguono giorno dopo giorno.

Massimo si sposa il 7 ottobre el 2011 e così sono sempre più sola. Ma per lui comincia una nuova vita. Ora vedremo…. poi sarà per Marcello.

Non voglio scrivere  più tanto, perché la mia grafia non è più tanto chiara come una volta, anzi mi sembra che non sia più io a scrivere.

………

Mi sento che sta arrivando la mia ultima ora. Ogni giorno sto sempre più male. Prego sempre Dio che perdoni  tutti i miei peccati e possa tornare nella sua luce. Ringrazio Dio che mi ha dato questa vita così mi ha permesso di avere tutte le bellezze da lui create: il mare, il cielo, il sole, l’ordine, la bellezza e la luce delle stelle, il verde dei boschi, il fiorire dei fiori, il cinguettio degli uccelli, il colore dei papaveri del campo, tutto è così bello, perché tutto viene da Dio, il Creatore.

Amo tutti quelli che il Signore ha voluto mandarmi a vivere nel soggiorno terreno.

I miei genitori che hanno dato buona educazione e buoni principi morali e religiosi. Così ho voluto per mia figlia che ho tanto amato e ricambiata. Amo i miei nipoti come fossero i miei figli.

E che dire di mio genero, meglio di un figlio in tutti i sensi per affetto, rispetto, devozione, sempre vicino a me e a mia figlia, che mi ha dovuto sopportare, con grande affetto e bontà.

——-

Questa è l’ultima pagina scritta da mia madre che si spegne venerdì 11 marzo 2011,all’età di 87 anni, primo venerdì di quaresima alle ore 11,07.

Quanto simile a mia madre io sono quando all’inizio scrive di non avere mai voluto e tenuto un diario perché riservata, pudica e discreta nei sentimenti, nei pensieri che nella gioia e  nel dolore sono intimi e personali.

Ad entrambe non ci piace esternare, denudare la nostra anima davanti agli altri anche se questi sono i nostri affetti più cari.

La mamma per me era tutto, il mio cordone ombelicale con lei non si era mai spezzato e neanche la morte può dividerci. Lei mi è sempre accanto. Negli ultimi momenti l’ho chiamata sottovoce e l’ho baciata per farle sentire che io ero e sarò sempre vicino a lei

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Storia di mio Padre scritta la lui medesimo… Io scelsi la Finanza ramo mare….

Il giorno 6 dicembre del 1921 in un piccolo villaggio di campagna tra la collina ed il mare veniva alla luce un bambino a cui dai propri genitori, veniva imposto il nome di Francesco Nicola.

Francesco per ricordare il nonno paterno defunto, Nicola perché ricorreva la festività di San Nicola.

Allo stato civile risulta iscritto il 13 gennaio 1922, come tanti bambini nati nello stesso periodo, circa mezza dozzina, rivelati nel nuovo anno per fare guadagnare un anno per la partenza del militare.

I bambini nati in quel periodo, siamo stati battezzati tutti nello stesso giorno essendo la chiesa parrocchiale distante circa 4 km dal villaggio.

Il periodo del 1922 si può immaginare come si viveva nei villaggi dopo i moti bellici e l’entrata del fascismo, si riusciva a sopravvivere per diventare adulti.

Il lavoro di campagna non mancava, ma i padroni ti sfruttavano al massimo e sempre sottomessi, come tanti inservienti. Con l’entrata del fascismo si frequentavano i corsi di figli della lupa, di balilla, e giovani italiani con la frequenza del premilitare ogni sabato pomeriggio, perché il sabato veniva chiamato sabato fascista, e si preparava la vita al servizio militare.

Appena diciottenni si cercava di evadere da quella schiavitù e ogni ragazzo voleva arruolarsi o fra i carabinieri, o in finanza,o in marina. Perché in quest’ultima si poteva approdare in età ancora più giovane.

Io scelsi la Finanza, perché da bambino trovavo una certa affinità con i finanzieri della  caserma  che si trovava di fronte la scuola elementare, una bella villetta con delle aiuole, che noi scolaretti frequentavamo. Con i finanzieri del luogo si viveva un rapporto di affettiva amicizia e noi cercavamo di emularli. Così venne il giorno fatidico del concorso.

Il giorno 10 giugno 1940 scoppia la guerra, per noi giovani sembrava un gioco, non ricordo più se era agosto o settembre ci fu la battaglia navale di Punta Stilo a distanza si sentivano il tuono del cannone e la guerra continuava.

Il 10 maggio 1941 fui chiamato a visita definitiva e verso sera ci imbarcano su un treno chiamato tradotta militare, e dopo avere attraversato lo Stretto ci siamo incamminati per raggiungere la città di Pola dove aveva sede la nostra bella scuola nautica. Dico bella perché era la residenza estiva dell’Imperatore d’Austria Francesco Giuseppe. La Città di Pola per l’Italia era una città prettamente militare ove avevano sede molte scuole militari e cantieri navali. La città di Pola oltre una bella pineta alla quale veniva dato il nome di “Boschetto” godeva il fascino dell’area prospiciente la nostra caserma, le isole viciniori, ma non posso dimenticare l’Isola di Brione, chiamata la Capri dell’Adratico. Il corso si svolse da maggio a novembre del 1941, già nel fermento del primo conflitto mondiale. Arriva il momento della destinazione ai vari reparti.

Io scelsi la finanza ramo mare, perché il servizio veniva svolto nei porti o luoghi marittimi, benché  il servizio fosse più gravoso di quelli  del ramo terra. Il servizio ordinario identificava i due generi con due soprannomi diversi, “scarponi” erano detti quelli del ramo terra per il loro servizio in montagna e l’uso degli sci. Il soprannome di “scarico dotale” per quelli del ramo mare, avendo da fare con battelli ed unità di vario tipo, la maggioranza costruiti in legno.

Iniziai il periodo di allievo in Istria e precisamente appunto nella città di Pola, città militare per eccellenza, perché tutte le scuole di specializzazione delle Marine Militari erano concentrati in quella zona, anche per dare lavoro a quella gente che proveniva dall’impero austro-ungarico, e il luogo si prestava a tale impegno.

La nostra scuola era un albergo quale residenza estiva dell’Imperatore Francesco Giuseppe, aveva vicino l’isola di Brione, la seconda Capri dell’Adriatico. Il corso si svolse, da maggio a novembre del 1941, già nel fermento del secondo conflitto mondiale. Però essendo nel periodo estivo non abbiamo sentito la pesantezza dell’inverno. Di quei luoghi Pola allora era una cittadina dove si godevano tutti i conforti. Noi eravamo al centro della città, i giardini pubblici, il boschetto, l’arena, circondavano il nostro maestoso palazzo, il porto mercantile, che era un continuo andirivieni  di motonavi dalle isole vicine compreso Zara, Fiume. La vita si svolgeva regolare sia in aula che in mare, con preferenza l’isola di Brione, ma quando il mare si ingrossava oppure c’era mare lungo, il punto suggestivo per i superiori era l’avamporto dove era avvenuto l’affondamento della corazzata austriaca, la Santo Stefano, da parte di Luigi Rizzo. Qui ho avuto la mia prima avventura, ignaro di quello che potevano essere le varie categorie per i servizi di bordo, mi avevano assegnato la categoria di fuochista che significava alimentare la caldaia per tenere costantemente una data pressione e potere alimentare la macchina per mandare avanti l’unità, che nel mio caso era un piro rimorchiatore ceduto dalla Regia Marina alla Guardia di Finanza per i vari servizi di istituto. Il direttore di macchina era un brigadiere mio compaesano, che io avevo visto qualche volta quando si trovava in licenza, per caso passando in coperta mi vide nel locale macchina, tutto sporco di carbone, mi prese dal cravattino e mi tirò su chiedendomi dei miei genitori e nello stesso tempo anche dei suoi.

La domanda d’obbligo:-Cosa fai la sotto? Risposi:- Mi hanno mandato a fare i fuochista. Guardandomi in faccia mi vide un po’ cambiato per il soffrire del mal di mare e mi accompagnò in poppa, mi disse:- Vai, coricati nella mia cuccetta.

Questo ricordo mi è rimasto memorabile, perché tutti i miei colleghi che sono usciti con la classifica di fuochisti sono quasi tutti deceduti, perché imbarcati su dragamine e sono periti in combattimento, perché affrontavano unità di gran lunga superiori per stazza e mezzi di difesa.

Ultimato il corso il 1 novembre 1941 siamo stati assegnati ai vari reparti. Su 37 neofinanzieri, 9 siamo stati assegnati alla terza regione territoriale del Carroccio di Milano, distribuiti uno sul Lago di Como, Nobiallo di Menaggio, 5 alla brigata foto elettrica di Santa Margherita in Valsolda Lago di Lugano, 2 sullo stesso lago da parte di Porto Ceresio a Brusimpiano e infine 1 sul Lago Maggiore a Cernobbio.

A Milano in sede di legione ci hanno decantato i posti turistici che andavamo a trovare, ma tali in quei periodi di guerra, il confine si distendeva  dalla parte italiana al buio totale, ed illuminato dalla parte elvetica, i comuni erano  incantevoli.

Quando ci siamo salutati alla stazione eravamo tutti contenti e soddisfatti. Quando il treno si cominciò ad allontanare dalla città lombarda ci cominciavamo a ravvedere di quanto ci era stato raccontato, specie per 5 di noi che andavamo nel reparto e dovemmo fare diversi cambiamenti tra treno, battello e corriera e abbiamo incontrato i primi cumuli di neve ammassata. Le prime difficoltà la corriera la sera non arrivava con il suo servizio al confine e quindi ci ha lasciato in una località chiamata Porlezza, che si può definire (chiamare) un centro di smistamento  specie per la Guardia di Finanza. La mattina successiva, ripreso la corriera che oltrepassava il confine, siamo arrivati a destinazione. Scesi dalla corriera, l’autista al quale avevamo dato incarico di avvertirci quando saremmo arrivati nella località dove ci doveva lasciare, ci ha fatto cenno dove era la caserma al di  là del lago. Con grande sorpresa abbiamo visto la caserma ammantata di neve, più un tratto di montagna coperta di alberi, perché attraversata dalla linea della funicolare che collegava il lago con la cittadina di Lanzo e in quel periodo di guerra era fuori servizio.

Arrivati dalla strada al pontile della navigazione i colleghi in servizio hanno chiamato la motolancia tramite una segnalazione di bandiere a riva da sopra un pennone per chiedere l’intervento dell’unità.

Imbarcati i bagagli che consistevano nella cassetta di ordinanza e la valigia della stessa foggia, la prima sorpresa, per portare su in camerata sia la valigia che la stessa cassa, si è dovuto fare uso di una carrucola attraverso una finestra dalla quale solo  il 15 marzo di ogni anno si vede il sole per 10 minuti, in quanto in quella località il sole non compare per 3 mesi l’anno ed a marzo è un avvenimento, le scale erano infatti troppo strette.

La caserma era servita di una scala a chiocciola, di un montacarichi a mano per portare il rancio dalla cucina alla sala mensa. Aveva la forma di un casello ferroviario su 3 piani. Piano terra: cucina, sala macchina per il funzionamento della fotoelettrica, lavandino, gabinetti e una piccola officina. Primo Piano: ufficio e sala mensa. Secondo Piano: camerette con letti a castello.

Il tutto si trovava sotto la montagna in riva al lago. Dal lato Nord partiva una scalinata con gradini scoscesi con altezza diversa uno dall’altro. Con a fianco la rete che chiudeva il confine con una distanza di 3 metri all’interno del confine.

Il servizio si svolgeva con turni 6 ore e 12 di riposo e qualche volta anche 6 e 6. Durante il giorno sulle due sponde del lago venivano eseguite visite doganali ai mezzi che vi transitavano esclusi i battelli della navigazione, di notte vi era un servizio con battello a remi a centro lago. D’inverno per il freddo bisognava ricorrere al sacco a pelo. Il servizio era pesante e non vi era tempo per pensare tante cose che la gioventù, richiede.

Intanto la guerra continuava e il tempo scorreva.

In Grecia e in Albania le nostre truppe battevano in ritirata, l’Africa era già in mano agli inglesi, gli americani sbarcavano in Sicilia e i reparti al fronte chiedevano il cambio, cominciava la mobilitazione generale dei reparti che ancora non avevano partecipato al fronte.

Nel mese di giugno 1943 toccò per primo a partire del mio reparto ad un collega sardo, da poco sposato con la moglie anche lei della Sardegna.  La preoccupazione era immane perché le vie di comunicazione con la Sardegna erano interrotte. Io che anzitempo avevo chiesto di essere mobilitato, gli proposi la sostituzione con me e gli dissi di andare a Milano tramite il maresciallo dell’ufficio naviglio, di fare presente che la moglie che si trovava in stato interessante e  di chiedere se il Colonnello Comandate la legione potesse sostituirlo con me. Il colonnello pur avendo constatato la situazione gli disse a malincuore che aveva già i nominativi di tutto il personale mobilitato, – E’ inutile sostituirti – disse – perché ora sai dove vai, fra qualche giorno devi partire lo stesso e non sai quello che ti aspetta.  Del caso della moglie ebbe cura un maresciallo che non aveva figli e lui partì più tranquillo per andare in Albania.

Il 15 luglio 1943 arrivò il mio turno. Fui assegnato su una M/V di stazza a Messina, la città era quasi semidistrutta dai bombardamenti, ma quello più tremendo è stato quello che ha colpito un piroscafo in porto carico di munizioni che faceva parte di un convoglio pronto per partire per l’Africa. La propagazione dello scoppio fu tale da distruggere tutti i convogli  vicini compresi quelli carichi di viveri che poi galleggiavano in mare e una bitta di ghisa, di quelle che servono all’ancoraggio dei piroscafi, per lo spostamento d’aria passò sopra i palazzi di tre piani e andò a cadere in via Tommaso Cannizzaro fra il Tribunale e l’Università, che la ricordo lì per diverso tempo.

Nel viaggio di trasferimento eravamo 3 finanzieri e 1 sottoufficiale che dovevamo imbarcare su unità diverse dislocate in Messina. Raggiunta Messina 2 unità erano partite in convoglio con altre unità della marina per Napoli perché gli americani erano alle porte di Messina. La mattina successiva con i 2 finanzieri, di cui facevo parte, che dovevamo prendere imbarco su quelle unità siamo ripartiti per Napoli. Da Napoli a Ischia, da Ischia a Capri dove siamo rimasti fermi per un periodo di lavori di manutenzione. Intanto si intensificavano i bombardamenti a Salerno in preparazione dello sbarco, la  notte venivano sparati tanti bengala che sembrava giorno.

Ultimati i lavori siamo partiti per Napoli a collaudare i lavori, qui non c’era pace né notte né giorno. La mattina dell’8 settembre siamo usciti in mare per una scorta con rientro la sera ad Ischia. Rientrati a Ischia abbiamo preso conoscenza dell’armistizio.

Alcuni colleghi si sono dati, io gli dissi che la guerra per noi cominciava in quel preciso istante e così è stato.

L’indomani gli ordini si susseguivano… partire per Malta, territorio neutrale; partire per la Sardegna, questa è stata la più attendibile perché già in navigazione in convoglio di diverse unità quando è stata affondata la corazzata Roma, un nuovo ordine di tornare indietro e disattivare i motori.

Ma si cominciava a far sentire la crisi dei viveri perché nelle isole non vi era una riserva eccessiva.

I comandi  si erano preoccupati di far rientrare i tedeschi sulla terra ferma, e nei giorni successivi ci cominciano a bombardare con tiri navali dal Monte di Procida.

Una sera rientra in porto una moto silurante della Marina Italiana, che aveva subito un incendio a bordo con feriti per ustioni. Mi trovai assieme ad un altro collega nelle vicinanze dove aveva preso gli ormeggi e autoambulanze pronte per prendere i feriti e condurli in ospedale. Per solidarietà ci siamo recati in ospedale per renderci conto della gravità del caso.

Nell’attesa abbiamo incontrato due ragazze e chiacchierando del più e del meno abbiamo dato l’appuntamento per l’indomani verso le 13,00 all’attracco della motonave che collegava l’isola con Napoli. Arrivati sul luogo dell’appuntamento ecco puntuale il bombardamento tedesco con tiri navali da Monte di Procida. Il bersaglio centrato: gli ormeggi delle nostre unità di fronte alla casermetta sommergibili, un morto e diversi feriti fra i nostri colleghi, noi coraggiosamente ce la siamo data a gambe dietro le montagne. Grazie a quelle ragazze, a quell’appuntamento mai avvenuto, mi sono salvato. Oggi a distanza di tempo con la mente più serena, riflettendo su quanto successo mi chiedo se erano ragazze normali quelle incontrate il giorno prima o se era stata la Madonna a portarmi via dal luogo del massacro.

Usciti da quel rifugio, quando ci siamo ravveduti di quanto era successo, quando abbiamo capito che eravamo ancora vivi, siamo tornati a bordo dove ci consideravano dispersi. La nostra mente si è offuscata nel vedere sangue lungo la paratia, a terra e sulla banchina. L’indomani si sono svolti i funerali di quel marinaio messinese con la partecipazione di tutto il personale delle unità della Guardia di Finanza e della Marina che si trovavano in porto e anche di parecchi civili.

La vita si faceva dura per il sostentamento del corpo per la carenza di viveri. Alcuni colleghi hanno tirato fuori della farina presa in mare a Messina quando sono andati in soccorso di quei pochi superstiti di quell’immane bombardamento che distrusse il porto. La farina per quanto contenuta nei sacchi di iuta e loro avevano buttato via il sacco e la parte corrotta dalla salsedine cominciava a fare odore di muffa ma a noi sembrava  la resurrezione e cominciammo a fare delle tagliatelle e questo continuò per giorni. Quando un giorno entrò in porto una motosilurante della Marina Italiana e una unità più piccola con bandiera americana, queste unità dopo il conflitto hanno fatto parte del nostro naviglio della classe Alberti e De Santis che fecero parte della squadriglia di Messina prima e di Lipari e Licata dopo, con queste unità è entrata in porto  una piccola unità di soccorso con scatolette di carne Biffi.

Nei giorni successivi si presentano a bordo della nostra unità un sottufficiale e tre militari per prendere possesso dell’unità stessa, ammainando la bandiera italiana ancora con la corona dello scudo sabaudo. All’ammaina bandiera il personale di bordo era tutto in coperta ad assistere all’infausto evento: a qualcuno cominciarono ad arrossire gli occhi, ma i tre militari che dovevano prendere possesso dell’unità, notato il nostro atteggiamento si avvicinarono a quello che reggeva la sagola e come la bandiera arrivò a portata di mano, la raccolsero, con onore la piegarono e la consegnarono al comandante.

Da quel momento furono i padroni dell’unità perché al pennone dell’unità sventolava la loro bandiera. Trattennero a bordo il comandante e pochi militari di coperta, mentre di macchina trattennero il direttore e  qualche motorista, gli altri ci hanno lasciati all’avventura. 

Ognuno di noi cercò di scegliere la strada che più riteneva opportuna e favorevole. Contemporaneamente la marina ha smobilitato delle unità che usava come servizio di dragaggio e quindi cercavano di rientrare nei luoghi di appartenenza, approfittai a prendere imbarco su un motoveliero che doveva rientrare a Trapani, ma tappa obbligata era Palermo.

Giunti a Palermo, dopo  varie peripezie, tra avarie del motore e qualche tiro di cannone da parte dei tedeschi, all’avamporto di Palermo  ci hanno prelevato gli americani, imbarcati su camion ci hanno condotto alla caserma del XXII artiglieria sotto Monreale. Ai militari hanno dato loro il foglio di congedo in parola, mentre ai due militari della guardia di finanza e un carabiniere ci hanno obbligati a presentarci ai comandi di Legione in sede.

La stessa ci concede 7 giorni di licenza come da visti, comincia l’avventura del viaggio, con mezzi di fortuna perché sia sulla strada nazionale che quella ferrata non esisteva un ponte intero, era facile incappare in campi minati con la gente che ci gridava di tornare indietro. Finalmente a casa e abbracciare i genitori.

Trascorsi 9 mesi a Palermo nel periodo di tensione di Giuliano, guardia a Ucciaria e Ballarò dove veniva venduto il fumo (inteso come tabacco e sigarette) “u monnezza” che tanto si apprezzava, e una grande quantità di agrumi, arance e mandarini, compreso carrubi.

Dopo 9 mesi fui trasferito a Taranto su una unità che si trovava ai lavori di rimessaggio dopo avere partecipato per  tutto il periodo bellico tra la Grecia – Albania e le isole egeo.

Quando le cose si cominciavano ad organizzare con la fine del conflitto, ed il recupero di tutto il territorio nazionale, la Guardia di Finanza cercò di riorganizzarsi curando dei corsi di specializzazione a tutti i livelli. Fra questi ci sono entrato anche io. Fui chiamato a frequentare il corso di elettricista con la Marina, specializzata per questi corsi. Ultimato il corso il rientro al reparto nell’attesa della nuova destinazione, che già conoscevo quale poteva essere data la classifica (graduatoria): le fotoelettriche del lago di Lugano. Rientrato nei luoghi che già conoscevo, che avevo lasciato per mobilitazione, incontrare vecchi amici, ma sentire i guai lasciati dai partigiani che amoreggiavano.

La vita cominciò a rivivere e dare respiro alla gioventù, non sempre felice anche per eventi familiari per la morte della mamma in età giovanissima.

Continuai cercando di dimenticare, ma il pensiero era qui per le persone che conoscevo da ragazzo e amavo con affetto, quando veramente mi resi conto che dovevo formarmi una famiglia, cercai con tutto il mio respiro di arrivare allo scopo, anche con l’aiuto del Signore.

Quando il mio comandante, mi chiamò e mi disse:- Con questa domanda che cosa dobbiamo fare?!! Gli risposi:-Le domande si fanno per avere un seguito. Per tutta risposta mi disse:- per il momento sta bene in questo cassetto! Assieme siamo venuti in questo reparto e assieme andremo via. Quando sarà il momento mi interesserò io stesso a farti raggiungere Messina.

Passò ancora un po’  di tempo ed il mio desiderio è stato esaudito. Noi in finanza eravamo soggetti a periodici trasferimenti, fui a Ravenna, Bari, Catania. Finalmente sede definitiva Messina. Il tempo è passato, vissuto con il conforto di mia moglie e mia figlia. Ci sono state giornate belle e giornate difficili, ma furono sempre superate perché una mano divina posava sul mio capo.

Ora Signore, arrivato alla fine della mia vita, mi rivolgo a Te con l’animo in preghiera di farmi trovare un luogo per essere il tuo servo in preghiera.

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Storia di Massimo

La nascita di un figlio ti cambia la vita.
La nascita di un figlio speciale te la stravolge.

Se incontri uno di questi genitori non solo ti segnano, ma ti insegnano.
Damiano, un ragazzo speciale, ha cambiato per sempre la vita di Massimo, di Caterina e dei nonni.
Se frequenti Massimo capisci il senso più profondo della parola Padre, della parola Amore, della parola Speranza e della parola Sacrificio, della parola Rinuncia, della parola Resilienza, della parola Fede e della parola Genitore.
La vita può cambiare completamente mentre la vivi, e può trasformare un uomo in cerca dell’affermazione nella propria carriera, quella di giornalista, nello più straordinario dei padri, nel più premuroso dei genitori, in colui che ha scelto di mettere davanti a tutto e prima di ogni cosa il sorriso di Damiano.
L’egoismo si trasforma in altruismo.
Le frasi spezzate del suo ragazzo autistico, quei progressi di lettura e scrittura, quei disegni, diventano per Massimo la più grande gioia e la più alta ricompensa a cui un padre possa ambire.
Massimo sa che quando un ragazzo autistico riesce a guardarti negli occhi, ad abbandonarsi nel tuo abbraccio è una vittoria ed una conquista.
Certo la storia di Massimo è la storia di tante famiglie, di tanti genitori, di tanti padri, troppi oggi.
La storia di Damiano è quella di tanti ragazzi speciali che dobbiamo saper amare come fa Massimo, senza mai mollare
Ma Massimo e Damiano sono entrambi persone speciali ❤️

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Capire la storia…

Ripenso alla storia che abbiamo appreso dai libri di testo su cui tutti abbiamo studiato a scuola
Ripenso ai fatti narrati dati come uniche verità incontrovertibili senza approfondimento critico. Ma nei libri di scuola elementare e media che approfondimento ci potrebbe essere, e alle superiori, dove l’unico scopo è completare i programmi ministeriali, come si potrebbe approfondire. E allora ci hanno fatto apparire l’annessione del sud, dato per sottosviluppato, inevitabile. Le sette segrete carbonare e mazziniane come club di intellettuali. Lo sbarco dei mille come unica soluzione all’unità. Garibaldi un eroe, i mafiosi che lo aiutarono, picciotti che avevano un solo anelito…. diventare italiani. Lo sbarco degli alleati scevro da rapporti stato-mafia.
Impariamo su testi inquinati.
Bisognerebbe che imparassimo a strappare le pagine dei libri e capire, capire, capire. Avere fame e sete di verità. Andare oltre i limitati orizzonti che i libri ci impongono.

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Una madre….


Quando avrai perso tua madre, non ci sarà nessuna persona che si preoccuperà di te allo stesso modo in cui lo faceva lei.
Quando perderai tua madre, il tuo mondo cambierà.
Ti sveglierai una mattina col mal di gola, proverai a dirlo a qualche caro, ma non ci baderanno molto.

Se non prenderai un’aspirina e non metterai una sciarpa, non passerà, e dovrai pensarci tu, anche se già prima ci pensavi tu, ma lei non sarà li a chiederti due volte al giorno se è passato, a nessuno interesserà realmente il tuo mal di gola, perché è un semplice mal di gola.
Ti sveglierai una mattina nervoso, con un carattere impossibile, ma se risponderai male a qualcuno, poi dovrai chiedere scusa, perché è così che funziona, mentre lei ti avrebbe capito e ti avrebbe detto che ti voleva bene anche col tuo caratteraccio, ma gli altri no.
Prenderai degli aerei, e ogni volta, appena atterrato, penserai di chiamarla per dirglielo, perché una mamma che sa che suo figlio è in aereo, aspetta che atterri, per poter tornare a respirare normalmente.
Se non sarai laureato, sposato e genitore, metà della gioia che proverai in quel momento, sarà oscurata dell’amarezza di non poter condividere con lei quel risultato.
Sarà strano stare seduto a tavola a Natale e renderti conto che nessuno guarderà nel tuo piatto per vedere se stai mangiando con appetito e nessuno guarderà nel tuoi occhi per capire se sei turbato o sereno.
Con questa lettera non voglio intendere che non ti amerà nessuno o che sarai una persona sola, assolutamente.
Voglio semplicemente intendere che nessuno ti amerà come si ama se stessi, più di se stessi.
Finché puoi, chiedile tante cose di quando eri piccolo, perché poi nessuno potrà raccontartele più, lei invece sa tutto di te.
La sentirai vicina nei momenti più impensati, sentirai la sua voce negli attimi della quotidianità , che ti spiega come fare una determinata cosa, ma soprattutto la sentirai quando starai male e sarà il tuo conforto.

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A mio padre… A mia madre…

Poesia di Sant’Agostino …..

La morte non è niente.
Sono solamente passato dall’altra parte:
è come fossi nascosto nella stanza accanto.
Io sono sempre io e tu sei sempre tu.
Quello che eravamo prima l’uno per l’altro lo siamo ancora.
Chiamami con il nome che mi hai sempre dato, che ti è familiare;
parlami nello stesso modo affettuoso che hai sempre usato.
Non cambiare tono di voce, non assumere un’aria solenne o triste.
Continua a ridere di quello che ci faceva ridere,
di quelle piccole cose che tanto ci piacevano
quando eravamo insieme.
Prega, sorridi, pensami!
Il mio nome sia sempre la parola familiare di prima:
pronuncialo senza la minima traccia d’ombra o di tristezza.
La nostra vita conserva tutto il significato che ha sempre avuto:
è la stessa di prima, c’è una continuità che non si spezza.
Perché dovrei essere fuori dai tuoi pensieri e dalla tua mente, solo perché sono fuori dalla tua vista?
Non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo.
Rassicurati, va tutto bene.
Ritroverai il mio cuore,
ne ritroverai la tenerezza purificata.
Asciuga le tue lacrime e non piangere, se mi ami:
il tuo sorriso è la mia pace.

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Sono quella che sono …

Sono sempre quella che si preoccupa di tutti.

Che fa 100 per gli altri e 1 per se stessa.

Sono quella che vorrebbe dire “ho bisogno di un abbraccio”, ma poi chiedo… “tu come stai?”

Sono quella che vorrebbe perdersi in quell’abbraccio, ma che poi controlla i sorrisi degli altri, per capire se per caso, ha tralasciato di capire un velo di tristezza negli occhi non solo di quelli che ama , ma anche di quelli che incontra, anche per sbaglio.

Sono quella che vorrebbe dire ce l’ho fatta, ora posso riposare ed invece perdo il sonno perchè qualcosa si è nuovamente incastrata male.

Sono quella che vorrebbe chiedere attenzioni, ma fa attenzione a non superare il limite, per non rendersi ridicola e debole.

Sono quella che il rispetto per la propria dignità, supera di gran lunga, il bisogno di sentirsi protetta.

Sono quella che ancora non ha imparato ad amarsi, perché passa il tempo a cercare il modo giusto, per amare gli altri.

Sono quella che sono.

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