Rammendare… non dimentichiamolo

Ieri stavo cucendo un bottone di una camicia.
Il mio pensiero è andato a mia madre, a mia nonna che guardavo curiosa quando provvedevano alle faccende di casa: cucinare, amministrare la casa, rammendare gli indumenti che indossavamo. E loro mi dicevano : “Vieni qua, che devi imparare a fare tutto. Altrimenti che farai quando non ci saremo più? Butterai le cose perché non saprai aggiustarle? Ricordatelo sempre. ” E mia mamma, pur lavorando, non sedeva a riposarsi quando tornava a casa, forte degli insegnamenti di mia nonna, sapeva fare tutto.
Le guardavo ed imparavo.
Guardavo mia nonna con il suo ditale, la sua immancabile scatola di legno che aveva da quando sono nata, piena di cose per cucire e rammendare.
Guardavo e cercavo di imparare a infilare il filo nella cruna dell’ago.
Guardavo e in piedi sulla sedia accostata al lavello, insieme alla mamma, cercavo di lavare i piatti.
Guardavo e cercavo di lavare il pavimento e sembrava che sul quel pavimento fosse passato un esercito di lumache.
Loro venivano da una generazione che cuciva i buchi ai calzini invece di buttarli. Quella generazione in cui si cambiava l’elastico alle mutande e dagli avanzi di un tessuto per lenzuola, si creavano camicette fresche, per i più piccoli.
Nulla si buttava, nulla veniva sprecato.
E penso a tutte le volte che, le donne di casa, e non era nè dispregiativo, nè politicamente scorretto, definirle così, nè sminuiva il loro valore all’interno della famiglia, anzi, mi hanno insegnato il valore del rammendare invece del buttare.
Penso a tutte le volte che hanno ricucito e rammendato, anche metaforicamente, durante la loro vita.
Hanno ragione loro, con il loro ditale, con la loro valorosa pazienza.
Ha ragione quella generazione che dava valore alle cose e alle persone.
Se ancora ne abbiamo, sediamoci accanto alle nostre nonne e facciamoci insegnare a ricucire i rapporti, a rammendare il cuore e a ricamare nuovamente il valore della vita.
Rammendare…. Non lo dimentichiamo.

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Grazie papà… Nec Recisa Recedit…

Il corpo della Finanza, la tua vita.
Ti sei arruolato appena maggiorenne.
Le motovedette su cui facevi servizio h 24 la tua casa.
La tua, una vita di sacrifici e di rinunce, al servizio della Patria, al servizio della Giustizia e della Legalità.
Oggi rimbalza su tutti i media e sui social la notizia della “Battaglia” a largo di Lampedusa, in cui una unità navale della Guardia di Finanza ha intimato l’alt ad un peschereccio tunisino, che non si è fermato ed ha speronato una motovedetta durante la tentata fuga.
Il mio pensiero è andato subito a te che su quelle imbarcazioni rischiavi la vita, al servizio di tutti, per la legalità.
Ti ricordo poco nella tua giovinezza con abiti civili, indossavi sempre con orgoglio quella divisa blu d’inverno e brillantemente bianca d’estate, in testa il berretto con la fiamma, e tu ne eri fiero.
“Nec Recisa Recedit” che in italiano è “Neanche Spezzata Retrocede”, motto delle Fiamme Gialle, ma anche motto tuo.
Ricordo da bambina, quando ancora non c’erano in casa nè telefoni nè cellulari, quel suono prolungato al campanello del portone dei tuoi colleghi che di notte e di giorno, anche quando non eri in servizio, venivano a chiamarti, ti prelevavano per un imbarco urgente all’inseguimento dei contrabbandieri. Non c’era notte e non c’era giorno, non c’era bel tempo e non c’era tempesta, non c’era sole e non c’era bufera che potessero impedirti di andare a compiere il tuo dovere.
Altri tempi…. tempi in cui la Patria non era qualcosa di cui vergognarsi, non era un ideale astratto, ma un esempio di vita e un valore morale, una idea per cui vivere e morire.
Grazie papà

30 settembre 2020

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Lettera manifesto: perché non sono più di sinistra

Dal sito MicroMega

di Lucia Tamburino

Una volta ero di sinistra, adesso vi spiego perché non lo sono più.

Abitava in una villa abusiva costruita, per sua stessa ammissione, con soldi rubati. Un delinquente, insomma. Eppure il mio amico Luca si è schierato dalla parte di questo delinquente contro le istituzioni che volevano demolire la villa. E, così come Luca, quasi tutti quelli di sinistra come lui.

Perché? Perché le istituzioni in questo caso erano rappresentate da Salvini e la sinistra, si sa, si schiera sempre contro Salvini. Il delinquente invece era una rom e la sinistra, si sa, non si schiera mai contro i rom. “Era Hitler che voleva uccidere i rom, non vorrai mica essere come Hitler?”, ha detto Luca. Poco importa che in questo caso l’unica ad aver parlato di uccidere sia stata proprio la rom, augurando una “pallottola in testa a Salvini”.

A questo si è ridotta la sinistra. Non difende più la legalità, la giustizia, non difende più valori o ideali: difende gruppi. Non conta più quello che fai, conta solo chi sei e a quale gruppo appartieni: se appartieni a un gruppo marginalizzato allora automaticamente hai ragione – qualunque cosa tu faccia – se appartieni a un gruppo avversario automaticamente hai torto.

Così fra un uomo e una donna ha ragione la donna, a priori; fra un bianco e un nero ha sempre ragione il nero; fra un giudaico-cristiano e un musulmano il musulmano, fra un omosessuale e un eterosessuale l’omosessuale. E ovviamente fra un leghista e una rom ha ragione la rom, fra uno di destra e uno di sinistra ha ragione quello di sinistra. Buoni e cattivi: il cliché è servito. Un cliché stupido che non giova a nessuno e anzi rischia solo di giustificare l’astio contro i gruppi che in teoria dovrebbe difendere.

Che questo cliché sia stupido si vede soprattutto quando entrano in conflitto due gruppi che, secondo copione, dovrebbero essere entrambi buoni. Cosa succede per esempio quando sono i musulmani a perseguitare le donne e gli omosessuali? O quando sono i comunisti a perseguitare i musulmani, come succede in Cina? In quel caso la sinistra tace, imbarazzata. Volta la faccia e guarda altrove. Guarda verso l’Occidente cattivo e cerca lì qualche ingiustizia contro la quale scagliarsi. Quando la trova esulta e parte all’attacco, come Don Chisciotte contro i mulini a vento.

Asia Bibi è una donna pakistana, cristiana, che un giorno commise la colpa di bere dallo stesso bicchiere di alcune donne musulmane. Quando le dissero “adesso devi convertirti”, rispose: “Perché io? Convertitevi voi, se volete.” Fu sbattuta in carcere con l’accusa di blasfemia. Vi rimase 9 anni in condizioni inumane. Quando alla fine venne assolta, in Pakistan la gente invase le piazze. Per festeggiare? No, per protestare contro l’assoluzione: Asia Bibi doveva essere condannata a morte per rispetto della sharia. Asia Bibi alla fine si salvò: scappò in un paese occidentale. All’inizio era il Regno Unito che voleva accoglierla, ma poi rifiutò (troppi immigrati musulmani, temeva rivolte). Infine l’accolse il Canada.

È un lieto fine, ma venato d’amarezza, perché la sinistra – quella stessa sinistra che ha scatenato una protesta planetaria per l’uccisione di un criminale recidivo in America come George Floyd (non che questo giustifichi la sua uccisione, naturalmente) – non ha organizzato neanche mezzo corteo per Asia Bibi. È venato d’amarezza perché il Regno Unito rifiutò di accoglierla per paura della reazione degli immigrati musulmani, ma la sinistra continua a negare che l’immigrazione musulmana causi problemi. Problemi di cui i primi a pagare le conseguenze sono proprio gli immigrati stessi, quelli che vengono in Occidente sperando di sfuggire all’islam e invece si ritrovano intrappolati in comunità musulmane dove si ricrea la sharia. In generale, la sinistra continua a negare tutti i problemi causati dall’islam. Una gran parte della cultura musulmana è antisemita quanto il nazismo, misogina più del nazismo, nemica della libertà, della laicità, di tutti quei diritti e quei valori che la sinistra stessa proclama di difendere. Eppure, in nome di un concetto distorto di razzismo, anziché combattere quella parte dell’islam che segue la sharia, la sinistra preferisce combattere l’islamofobia.

E così la sinistra non difende più la laicità, o meglio, la difende solo di fronte al cristianesimo. Distrugge crocefissi mentre difende veli. Attacca ferocemente ogni pagliuzza di ingiustizia che avviene negli Usa o in un qualunque altro paese occidentale mentre accetta tranquillamente enormi travi di ingiustizia siglate islam.

Evidentemente c’è qualcosa che accomuna islam e sinistra che è più forte di quello che li distingue: l’odio per l’Occidente. Morto il sogno del comunismo – che nella realtà si è rivelato un fallimento totale su tutti i fronti – a questa sinistra non resta altro: odio. Odio verso il capitalismo e verso tutto ciò che è connesso al capitalismo e, di conseguenza, verso gli Stati Uniti e l’Occidente tutto. Sono loro i i nemici da odiare, gli oppressori del mondo! Gli altri invece sono gli oppressi da difendere.

Strani questi oppressi che condannano a morte blasfemi, apostati, omosessuali e adultere. Strani questi oppressori che accolgono perseguitati in fuga e offrono loro rifugio e libertà. Strana questa sinistra che dice di difendere i diritti umani e poi si schiera dalla parte di chi li calpesta.

A questo si è ridotta la sinistra. Anziché adattare le proprie idee alla realtà, deforma la realtà pur di adattarla alla propria ideologia, a costo di negare l’evidenza. Sull’altare della sua ideologia ha sacrificato credibilità, coerenza, dignità e onestà intellettuale.

E ovviamente ha rinunciato a ogni logica: se viene criticata, la sinistra non può più rispondere argomentando in modo logico, perché che argomenti logici ci sono a difesa di un’ideologia piena di contraddizioni, che ormai fa acqua da tutte la parti? La logica è un lusso che la sinistra non si può permettere. E quindi risponde nell’unico modo di cui ormai è capace: l’insulto, l’accusa. “Non la pensi così come me? Allora sei fascista. Sei razzista. Hai torto. Taci.” Perché? “Perché è così, punto. Niente se e niente ma”. Appena qualcuno osa dire “ma” viene automaticamente accusato di essere razzista e messo alla gogna. E così il dibattito muore, perché non ci può essere dibattito se non si accettano i “ma”.

Che poi a ben guardare, appena fa comodo quelli di sinistra sono i primi a dire un sacco di “ma”. Un immigrato cerca di dar fuoco a 50 bambini? “Eh sì, ma bisogna capire.”[1] Nel nome dell’islam si uccidono migliaia di donne, apostati, omosessuali e blasfemi? “Eh, ma bisogna capire, è la loro cultura; eh, ma l’islam ha fatto anche buone cose.” Una ragazzina in Francia viene minacciata di morte per aver insultato l’islam? “Eh, ma è stata offensiva e provocatoria!”… e via di questo passo. Non è che quelli di sinistra non dicano “ma”. È solo che, dall’alto della loro presunta superiorità morale, si arrogano il diritto di decidere quali “ma” sono ammessi e quali invece no.

Puzza di censura questa sinistra, puzza più del fascismo.
A volte mi dicono “non sei più di sinistra”, con tono d’accusa, come fosse un’offesa. Sono fiera di non esserlo. Sono fiera di avere avuto la lucidità, la flessibilità, il coraggio per riconoscere che oggi la sinistra ha imboccato una deriva post-moderna, regressiva, oscurantista ed è diventata ormai uno schieramento ipocrita, aberrante e mostruoso, un cancro dell’umanità.

Io sono una bella persona, con il desiderio di un mondo migliore in cui vengano rispettati libertà e diritti umani: perciò non posso essere di sinistra. Io sono una bella persona che crede nei valori dell’illuminismo, valori che in teoria dovrebbero essere quelli della sinistra e che la sinistra ha ormai tradito. Perciò sono di destra. Non la destra becera bigotta e populista ovviamente, ma una destra laica che esiste, cresce e continuerà a crescere – spero – raccogliendo i nauseati di questa sinistra nauseante.

[1] Il riferimento è alle dichiarazioni di Livia Turco e di Gad Lerner a commento della vicenda di Ousseynou Sy, cittadino italiano di orgini senegalesi, che il 20 marzo 2019 a San Donato milanese ha preso in ostaggio 51 bambini su un autobus, prima di incendiarlo. In una trasmissione televisiva alla domanda della giornalista: “Quando ha visto le immagini di quel sequestro di quel tentativo di strage cosa ha pensato?”, Livia Turco ha risposto: “Sono fatti che creano angoscia e allarme e che vanno assolutamente denunciati ma anche compresi”. “Come compresi?”, chiede la gironalista. “Compresi nel senso di comprenderne la ragione, e comunque condannati”, risponde Turco. Gad Lerner ha scritto sul suo profilo FB: “La follia criminale del cittadino italiano Ousseynou Sy è l’esito di una contrapposizione isterica che manifesta ostilità agli immigrati additandoli come privilegiati, negando le loro sofferenze e umanità”.(24 settembre 2020)

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Una madre…

Quando avrai perso tua madre, non ci sarà nessuna persona che si preoccuperà di te allo stesso modo in cui lo faceva lei.
Quando perderai tua madre, il tuo mondo cambierà.
Ti sveglierai una mattina col mal di gola, proverai a dirlo a qualche caro, ma non ci baderanno molto. Se non prenderai un’aspirina e non metterai una sciarpa, non passerà, e dovrai pensarci tu, anche se già prima ci pensavi tu, ma lei non sarà li a chiederti due volte al giorno se è passato, a nessuno interesserà realmente il tuo mal di gola, perché è un semplice mal di gola.
Ti sveglierai una mattina nervoso, con un carattere impossibile, ma se risponderai male a qualcuno, poi dovrai chiedere scusa, perché è così che funziona, mentre lei ti avrebbe capito e ti avrebbe detto che ti voleva bene anche col tuo caratteraccio, ma gli altri no.
Prenderai degli aerei, un treno, uno spostamento in auto, e ogni volta, appena arrivato, penserai di chiamarla per dirglielo, perché una mamma che sa che suo figlio è in viaggio, aspetta che arrivi a destinazione, per poter tornare a respirare normalmente.
Se non sarai laureato, sposato e genitore, metà della gioia che proverai in quel momento, sarà oscurata dell’amarezza di non poter condividere con lei quel risultato.
Sarà strano stare seduto a tavola a Natale e renderti conto che nessuno guarderà nel tuo piatto per vedere se stai mangiando con appetito e nessuno guarderà nel tuoi occhi per capire se sei turbato o sereno.
Con questa lettera non voglio intendere che non ti amerà nessuno o che sarai una persona sola, assolutamente.
Voglio semplicemente intendere che nessuno ti amerà come si ama se stessi, più di se stessi.
Finché puoi, chiedile tante cose di quando eri piccolo, perché poi nessuno potrà raccontartele piu’, lei invece sa tutto di te.
La sentirai vicina nei momenti più impensati, sentirai la sua voce negli attimi della quotidianità , che ti spiega come fare una determinata cosa, ma soprattutto la sentirai quando starai male e sarà il tuo conforto.

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Lettera alla mia vecchiaia…

“Allora, mia cara, quando invecchierai …

Non insegnare mai niente a nessuno. Anche se sai per certo che avrai ragione. Ricorda quanto ti ha infastidito una volta. E tu stessa hai seguito il consiglio dei tuoi anziani?

Non cercare di aiutare se non ti viene chiesto. Non imporre a nessuno. Non cercare di proteggere i tuoi cari da tutte le disgrazie del mondo. Amali e basta.

Non lamentarti! Della tua salute, dei tuoi vicini, del governo, del tuo fondo pensione! Non trasformarti in una vecchia litigiosa sulla panchina all’ingresso.

Non aspettarti gratitudine dai bambini. Ricorda: non ci sono figli ingrati – ci sono genitori stupidi che si aspettano gratitudine dai loro figli.

Non dire frasi come: “Io alla tua età …”, “Ti ho dato gli anni migliori …”, “Sono più vecchia, quindi lo so meglio …” Questo è insopportabile!
Se hai dei nipoti, non insistere perché ti chiamino per nome se loro ti chiamano nonna. Questo è stupido.

Non sprecare i tuoi ultimi soldi in trattamenti antietà. È inutile. Meglio spenderli per un viaggio.

Non guardarti allo specchio e non truccarti in una stanza buia. Non adulare te stessa. E cerca di sembrare il più elegante possibile. Precisamente elegante, non giovanile. Credimi, è meglio così.

Prenditi cura del tuo uomo, anche se diventa un vecchio rugoso, indifeso e scontroso. Non dimenticare che una volta era giovane, forte e allegro.Ricordati che una volta era giovane, magro, bello. E forse è l’unico che ha davvero bisogno di te adesso …

Non cercare di stare al passo con il tempo a tutti i costi: per capire le nuove tecnologie, per seguire le notizie in modo ossessivo, per studiare costantemente qualcosa di nuovo, per non “restare indietro con i tempi”. Questo è divertente. Fai quello che vuoi.
Quanto riesci!

Non incolpare te stessa per niente. Qualunque cosa sia accaduta alla tua vita o alla vita dei tuoi figli, hai fatto tutto il possibile.
PRESERVATE LA DIGNITÀ IN QUALSIASI SITUAZIONE! Fino alla fine! Fai del tuo meglio, mia cara, questo è molto importante. E ricorda, se sei ancora viva, qualcuno ha bisogno di te”.

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Figlio è barca … Mamma è molo

Un giorno, mi dirai: ” vai mamma “,
“sto arrivando mamma”, “oh mamma
“…
E io?!
Mi ricorderò, tutte le volte in cui
ripetevi, come se fosse un mantra,
“Mamma mamma mamma” e che sorridevi, in mezzo alle lacrime, perché apparivo rispondendo alle tue chiamate.
Un giorno, sarai arrabbiato, perché
non ti ho lasciato fare qualcosa, entrerò
nella tua stanza e starai li senza parlare
con me per un intero pomeriggio..
E io?!
Mi ricorderò di ogni volta che non
hai voluto separarti da me, nemmeno
per 5 minuti, per andare in bagno.
Un giorno mi chiederai di dormire da un
amico, di trascorrere le vacanze dalla
nonna, di viaggiare con i compagni di
scuola…
E io?!
Mi ricorderò, ogni notte, in cui il
tuo porto sicuro, l’unica ragione del tuo sonno tranquillo ero io
E camminerai da solo
Vorrai volare e ogni tanto, cadrai e ti farai male, in un posto dove “un bacio” mio, non farà guarire.
E io?!
Chiederò al tempo di tornare, ad
essere il tuo posto, di essere di nuovo,
la tua pace.
Ma non succederà.
Allora mi metterò a piangere,
Per te e con te, se ne hai bisogno.
Sarò li, tenendo la tua mano. anche se
solo con il mio cuore.
Ti aspetterò, tornerai da me, nel tuo
tempo, con l’amore più paziente…
Perché i figli vanno, ma tornano
sempre…
Figlio è barca,
Mamma è molo.

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Riflessioni di una pensionata…

Durante la mia esperienza lavorativa ho avuto modo di incontrare responsabili, ognuno con carattere diverso, ma quasi tutti, pur nelle diverse sfaccettature e nelle diverse personalità, veramente in gamba, capi che possono essere definiti appunto veri e propri leader.
Ognuno di loro possedeva delle caratteristiche particolari che hanno influenzato il mio percorso professionale.
Dalla mia personale esperienza ho evidenziato 7 caratteristiche che a mio parere identificano un vero leader.

Pensiero lucido e chiaro

Fondamentale per un leader è la capacità di ragionare lucidamente, una caratteristica che a differenza dell’intelligenza può essere acquisita nel tempo.
Il pensiero trasparente spesso è associato al senso della direzione che nelle organizzazioni è indispensabile.
Il leader deve essere bravo a condividere il processo di pensiero con i propri collaboratori e non pretendere di essere seguito in base a una fede cieca.
Come misurare questa capacità? Un indicatore chiaro è il grado di coinvolgimento degli ascoltatori, anche se il carisma e la capacità di esposizione possono essere in alcuni casi fuorvianti.

Intuito
È la capacità di riuscire a vedere la soluzione di problemi molto in anticipo rispetto alle altre persone e senza che tutti i fatti abbiano un ordine ovvio.
La persona intuitiva è in grado di vedere la configurazione degli eventi prima ancora che accadano effettivamente e sa prendere conseguenti decisioni appropriate.
L’intuito è una risorsa innata che riflette uno stile “proattivo” del manager piuttosto che uno “reattivo”.

Iniziativa

Chi è colui che prende l’iniziativa e fa accadere qualcosa?
Il leader ovviamente, ovvero colui che è preparato per orientare il proprio gruppo, dare suggerimenti e trascinare le persone a seguirlo.
Un leader ha una grossa capacità di guidare il proprio team ed è in grado di svilupparne il lavoro per un obiettivo comune.

Coraggio

Il leader è colui che nonostante la probabilità di fallire prende decisioni di cui è il principale responsabile. Si espone, rischia, testa e guida i collaboratori verso nuove sfide.
Un leader coraggioso tiene per sé la colpa e passa i successi ai suoi collaboratori.

Forza

Un leader prende delle decisioni chiare e le mette in opera, lavorando in modo positivo su qualsiasi dubbio venga sollevato.
Un leader che alza la voce con i propri collaboratori non esprime forza: la vera forza sta nel “trasmettere” la propria convinzione e portare a bordo tutto il team.

Entusiasmo

Il compito di un leader è di accrescere l‘unità del gruppo, coinvolgendo tutti.
Il leader non si aspetta che il suo team sviluppi autonomamente energia per un progetto ma sarà lui stesso a dimostrare entusiasmo e a distribuirlo ai propri collaboratori.
Se il suo entusiasmo risulterà contagioso otterrà subito lo stesso atteggiamento nel gruppo.

Integrità

Un leader deve essere percepito dai propri collaboratori come una persona affidabile: deve quindi essere in grado di guadagnarsi il rispetto altrui non solo con le parole ma principalmente con il proprio comportamento.
Quello che il leader propone deve essere quindi percepito come vero, integro, reale e deve essere condiviso in trasparenza, rendendo evidente cosa funziona e cosa non va in tutti i momento del processo.
Solo in questo modo è possibile condividere successi e anche serene sconfitte.

Questa è la mie esperienza, acquisita negli anni, ma strettamente legata al mio vissuto.

Naturalmente ci possono essere altre interpretazioni, nate dal contesto lavorativo o semplicemente dal proprio personale punto di vista

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Se tardi a trovarmi, insisti

Se tardi a trovarmi, insisti.
Se non ci sono in nessun posto,
cerca in un altro, perchè io sono
seduto da qualche parte,
ad aspettare te…
e se non mi trovi piú, in fondo ai tuoi occhi,
allora vuol dire che sono dentro di te.
(Walt Whitman)

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1 Maggio 2020 – Il cielo è sempre più blu

 

Chi vive in baracca, chi suda il salario
Chi ama l’amore e i sogni di gloria
Chi ruba pensioni, chi ha scarsa memoria
Chi mangia una volta, chi tira al bersaglio
Chi vuole l’aumento, chi gioca a Sanremo
Chi porta gli occhiali, chi va sotto un treno
Chi ama la zia, chi va a Porta Pia
Chi trova scontato, chi come ha trovato
Na na na na na na na na na na
Ma il cielo è sempre più blu
Ma il cielo è sempre più blu
Chi sogna i milioni, chi gioca d’azzardo
Chi gioca coi fili chi ha fatto l’indiano
Chi fa il contadino, chi spazza i cortili
Chi ruba, chi lotta, chi ha fatto la spia
Na na na na na na na na na na
Ma il cielo è sempre più blu
Il cielo è sempre più blu
Chi è assunto alla Zecca, chi ha fatto cilecca
Chi ha crisi interiori, chi scava nei cuori
Chi legge la mano, chi regna sovrano
Chi suda, chi lotta, chi mangia una volta
Chi gli manca la casa, chi vive da solo
Chi prende assai poco, chi gioca col fuoco
Chi vive in Calabria, chi vive d’amore
Chi ha fatto la guerra, chi prende il sessanta
Chi arriva agli ottanta, chi muore al lavoro
Na na na na na na na na na na
Ma il cielo è sempre più blu
Il cielo è sempre più blu
(Ma il cielo è sempre più blu)
Chi è assicurato, chi è stato multato
Chi possiede ed è avuto, chi va in farmacia
Chi è morto di invidia o di gelosia
Chi ha torto o ragione, chi è Napoleone
Chi grida “al ladro!”, chi ha l’antifurto
Chi ha fatto un bel quadro, chi scrive sui muri
Chi reagisce d’istinto, chi ha perso, chi ha vinto
Chi mangia una volta, chi vuole l’aumento
Chi cambia la barca, felice e contento
Chi come ha trovato, chi tutto sommato
Chi sogna i milioni, chi gioca d’azzardo
Chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo
Chi è stato multato, chi odia i terroni
Chi canta Prévert, chi copia Baglioni
Chi fa il contadino, chi ha fatto la spia
Chi è morto d’invidia o di gelosia
Chi legge la mano, chi vende amuleti
Chi scrive poesie, chi tira le reti
Chi mangia patate, chi beve un bicchiere
Chi solo ogni tanto, chi tutte le sere
Na na na na na na na na na na
(Ma il cielo è sempre più blu)
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UNA DOMANDA del filosofo Giorgio Agamben a noi italiani

La peste segnò per la città l’inizio della corruzione… Nessuno era più disposto a perseverare in quello che prima giudicava essere il bene, perché credeva che poteva forse morire prima di raggiungerlo.
Tucidide, La guerra del Peloponneso, II, 53

 

Vorrei condividere con chi ne ha voglia una domanda su cui ormai da più di un mese non cesso di riflettere.

Com’è potuto avvenire che un intero paese sia senza accorgersene eticamente e politicamente crollato di fronte a una malattia?

Le parole che ho usato per formulare questa domanda sono state una per una attentamente valutate.

La misura dell’abdicazione ai propri principi etici e politici è, infatti, molto semplice: si tratta di chiedersi qual è il limite oltre il quale non si è disposti a rinunciarvi. Credo che il lettore che si darà la pena di considerare i punti che seguono non potrà non convenire che – senza accorgersene o fingendo di non accorgersene – la soglia che separa l’umanità dalla barbarie è stata oltrepassata.
1) Il primo punto, forse il più grave, concerne i corpi delle persone morte. Come abbiamo potuto accettare, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, che le persone che ci sono care e degli esseri umani in generale non soltanto morissero da soli, ma che – cosa che non era mai avvenuta prima nella storia, da Antigone a oggi – che i loro cadaveri fossero bruciati senza un funerale?
2) Abbiamo poi accettato senza farci troppi problemi, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di limitare in misura che non era mai avvenuta prima nella storia del paese, nemmeno durante le due guerre mondiali (il coprifuoco durante la guerra era limitato a certe ore) la nostra libertà di movimento. Abbiamo conseguentemente accettato, soltanto in nome di un rischio che non era possibile precisare, di sospendere di fatto i nostri rapporti di amicizia e di amore, perché il nostro prossimo era diventato una possibile fonte di contagio.
3) Questo è potuto avvenire – e qui si tocca la radice del fenomeno – perché abbiamo scisso l’unità della nostra esperienza vitale, che è sempre inseparabilmente insieme corporea e spirituale, in una entità puramente biologica da una parte e in una vita affettiva e culturale dall’altra. Ivan Illich ha mostrato, e David Cayley l’ha qui ricordato di recente, le responsabilità della medicina moderna in questa scissione, che viene data per scontata e che è invece la più grande delle astrazioni. So bene che questa astrazione è stata realizzata dalla scienza moderna attraverso i dispositivi di rianimazione, che possono mantenere un corpo in uno stato di pura vita vegetativa.
Ma se questa condizione si estende al di là dei confini spaziali e temporali che le sono propri, come si sta cercando oggi di fare, e diventa una sorta di principio di comportamento sociale, si cade in contraddizioni da cui non vi è via di uscita.
So che qualcuno si affretterà a rispondere che si tratta di una condizione limitata del tempo, passata la quale tutto ritornerà come prima. È davvero singolare che lo si possa ripetere se non in mala fede, dal momento che le stesse autorità che hanno proclamato l’emergenza non cessano di ricordarci che quando l’emergenza sarà superata, si dovrà continuare a osservare le stesse direttive e che il “distanziamento sociale”, come lo si è chiamato con un significativo eufemismo, sarà il nuovo principio di organizzazione della società. E, in ogni caso, ciò che, in buona o mala fede, si è accettato di subire non potrà essere cancellato.

Non posso, a questo punto, poiché ho accusato le responsabilità di ciascuno di noi, non menzionare le ancora più gravi responsabilità di coloro che avrebbero avuto il compito di vegliare sulla dignità dell’uomo.

Innanzitutto la Chiesa, che, facendosi ancella della scienza, che è ormai diventata la vera religione del nostro tempo, ha radicalmente rinnegato i suoi principi più essenziali. La Chiesa, sotto un Papa che si chiama Francesco, ha dimenticato che Francesco abbracciava i lebbrosi. Ha dimenticato che una delle opere della misericordia è quella di visitare gli ammalati. Ha dimenticato che i martiri insegnano che si deve essere disposti a sacrificare la vita piuttosto che la fede e che rinunciare al proprio prossimo significa rinunciare alla fede.

Un’altra categoria che è venuta meno ai propri compiti è quella dei giuristi. Siamo da tempo abituati all’uso sconsiderato dei decreti di urgenza attraverso i quali di fatto il potere esecutivo si sostituisce a quello legislativo, abolendo quel principio della separazione dei poteri che definisce la democrazia. Ma in questo caso ogni limite è stato superato, e si ha l’impressione che le parole del primo ministro e del capo della protezione civile abbiano, come si diceva per quelle del Führer, immediatamente valore di legge. E non si vede come, esaurito il limite di validità temporale dei decreti di urgenza, le limitazioni della libertà potranno essere, come si annuncia, mantenute. Con quali dispositivi giuridici? Con uno stato di eccezione permanente? È compito dei giuristi verificare che le regole della costituzione siano rispettate, ma i giuristi tacciono. Quare silete iuristae in munere vestro?

So che ci sarà immancabilmente qualcuno che risponderà che il pur grave sacrificio è stato fatto in nome di principi morali. A costoro vorrei ricordare che Eichmann, apparentemente in buon fede, non si stancava di ripetere che aveva fatto quello che aveva fatto secondo coscienza, per obbedire a quelli che riteneva essere i precetti della morale kantiana. Una norma, che affermi che si deve rinunciare al bene per salvare il bene, è altrettanto falsa e contraddittoria di quella che, per proteggere la libertà, impone di rinunciare alla libertà.

Giorgio Agamben
(Giorgio Agamben ,77 anni, è il più completo e maturo filosofo europeo)

 

 

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