Se ti correggo vuol dire che ti amo ❤

Se ti correggo vuol dire che ti amo❤

Il Signore corregge colui che egli ama.
Dalla lettera agli Ebrei
Eb 12,5-7.11-13

Fratelli, avete già dimenticato l’esortazione a voi rivolta come a figli:
«Figlio mio, non disprezzare la correzione del Signore
e non ti perdere d’animo quando sei ripreso da lui;
perché il Signore corregge colui che egli ama
e percuote chiunque riconosce come figlio».

È per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli; e qual è il figlio che non viene corretto dal padre? Certo, sul momento, ogni correzione non sembra causa di gioia, ma di tristezza; dopo, però, arreca un frutto di pace e di giustizia a quelli che per suo mezzo sono stati addestrati.
Perciò, rinfrancate le mani inerti e le ginocchia fiacche e camminate diritti con i vostri piedi, perché il piede che zoppica non abbia a storpiarsi, ma piuttosto a guarire.

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“Io non ho bisogno di denaro” Alda Merrini

Io non ho bisogno di denaro.

Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all’ orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

La mia poesia è alacre come il fuoco
trascorre tra le mie dita come un rosario
Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnanànna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.

Io non ho bisogno di denaro.

Ho bisogno di sentimenti,
di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori detti pensieri,
di rose dette presenze,
di sogni che abitino gli alberi,
di canzoni che facciano danzare le statue,
di stelle che mormorino all’ orecchio degli amanti.
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia la pesantezza delle parole,
che risveglia le emozioni e dà colori nuovi.

La mia poesia è alacre come il fuoco
trascorre tra le mie dita come un rosario
Non prego perché sono un poeta della sventura
che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,
sono il poeta che grida e che gioca con le sue grida,
sono il poeta che canta e non trova parole,
sono la paglia arida sopra cui batte il suono,
sono la ninnanànna che fa piangere i figli,
sono la vanagloria che si lascia cadere,
il manto di metallo di una lunga preghiera
del passato cordoglio che non vede la luce.

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Viviamo mia Lesbia ed amiamo… Gaio Valerio Catullo (Verona, 84 a.C. – Roma, 54 a.C.) 

Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo,
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.
Tu dammi mille baci, e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille,
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l’invidioso
per un numero di baci così alto.

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt;
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum;
dein, cum milia multa fecerīmus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.

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“Tardi ti amai!”. Sant’Agostino – Confessioni, 10, 27-29

“Et ecce intus eras et ego foris et ibi te quaerebam, et in ista formosa quae fecisti deformis irruebam…”

1 Tardi ti amai bellezza tanto antica e tanto nuova… Tardi ti amai Trent’anni rimasi lontano da Dio. Durante questo tempo qualcosa si muoveva nel mio cuore… Ero un ricercatore. Cercavo la felicità, come te, come tutti.

2 Tu stavi dentro di me ed io stavo fuori…“Gli uomini partono per turismo per ammirare le vette dei monti, il mareggio procelloso dei mari, il percorso facile e rigoglioso dei fiumi, le rivoluzioni e i moti degli astri. All’opposto, passano al largo di se stessi. Non fanno turismo interiore” Certamente, durante gli anni della mia giovinezza riposi il mio cuore nelle cose esteriori che, alla fin dei conti, non facevano altro che allontanarmi sempre più da Colui verso il quale il mio cuore, senza saperlo, anelava.

3 …ma tu mi chiamasti e il tuo grido infranse la mia sordità. “Mi facevi rientrare in me stesso; per non vedermi mi ero nascosto dietro le mie spalle, ma tu mi strappasti di lì e mi ponesti davanti a me stesso perché vedessi ciò che di indegno, di deforme, di manchevole e di piagato era in me”. Nel mezzo della lotta accudii il mio grande amico Alipio e gli dissi: “Gli ignoranti ci strappano il cielo e noi, con tutta la nostra scienza, ci facciamo sopraffare dalla carne”. Mi trovavo in questa condizione, piangendo sconsolato mentre domandavo a me stesso quando avrei smesso di dire: “Domani, domani”. Fu allora che ascoltai una voce che veniva dalla casa vicina. Una voce che diceva: “Prendi e leggi. Prendi e leggi”.

4 Brillasti, risplendesti… e fugasti la mia cecità. Allora presi la Bibbia, la aprii a caso e lessi il primo brano che apparve alla mia vista. Apparteneva alla lettera di S. Paolo ai Romani e diceva così: “Non in gozzoviglie, né in ubriacature, né nella lussuria… ma rivestitevi del Signore Gesù Cristo”. Quelle parole risuonarono dentro di me. Sembravano scritte da una persona che mi conosceva, che sapeva della mia vita…

5 Spargesti la tua fragranza, la respirai, e già sospiro per te Dio, separarsi dal quale è morire, avvicinarsi al quale è risorgere, abitare con il quale è vivere. Dio, fuggire dal quale è cadere, ritornare al quale è sollevarsi, appoggiarsi al quale è stare sicuro. Dio, dimenticare il quale è perire, cercare il quale è rinascere, vedere il quale è possedere. Fu così che scoprii Dio e mi diedi conto che in fondo era Lui che il mio cuore, pur senza saperlo,

 

6 Mi toccasti e ardo dal desiderio della tua pace. “Dio inizia ad abitare in te quando tu incominci ad amarlo”.

7 E ora, Signore, amo te solo, seguo te solo, cerco te solo.

8 Tardi ti amai. Tardi ti amai, o bellezza sempre antica e sempre nuova. Tardi ti amai. Ed ecco che tu stavi dentro di me, mentre io stavo fuori di me stesso. E ti cercavo di fuori. Tu stavi con me, ma io non stavo con te. Però tu mi chiamasti, gridasti, rompesti la mia sordità. Brillasti, risplendesti, fugasti la mia sordità. Spargesti la tua fragranza, la respirai e ora sospiro per te. Ne gustai e ne ebbi fame e sete. Mi toccasti e ardo dal desiderio della tua pace.

Sant’Agostino, Confessioni, 10, 27-29

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Vacanze

Estate tempo di vacanze …
Ci scusiamo con la “Dottoressa” Biancofiore e con tutti quelli che vivono al Nord ché noi al Sud siamo poveri e d’estate “non possiamo andare in vacanza”
Pazienza!
In Sicilia ci accontenteremo del nostro sole, delle nostre spiagge, del nostro mare, dei nostri luoghi d’arte, delle nostre granite, della mezza con panna, dei nostri cannoli e dei nostri arancini, della nostra cucina, di Taormina, di Messina, di Siracusa, di Palermo, di Erice, di Selinunte, di Segesta, dei templi greci, e dei teatri romani, della Villa del Casale, di Tindari, della riserva dello zingaro e delle varie isole disseminate qua e là come le Eolie, le Pelagie, le Egadi, Ustica e Pantelleria, di Punta Secca e di Ragusa, di Noto e Cefalù e qualche altra cosuccia che tralascio per il gusto della scoperta …. dimenticavo il tutto accompagnato dal nostro cuore grande e dalla nostra ospitalità….
“Chi viene al Sud piange due volte: quando arriva e quando se ne va”

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Semplicemente siciliani

In un viaggio un turista domanda a un altro turista :
-Ciao di dove sei?

L’altro risponde
-Dalla Sicilia.

E il signore gli dice
-la regione del crimine, della mafia, di chi non lavora, dei ladri, di cosa nostra ecc ecc.

Il siciliano risponde sereno:

-Scusi, lei è un mafioso?

E il turista risponde

-No, io no, perché?

Perché se fosse sportivo mi avrebbe identificato con Totò Schillaci, Vincenzo Nibali, Angelo Arcidiacono, Enzo Maiorca o Tony Cairoli.

Se lei avesse viaggiato e visitato la Sicilia, mi starebbe domandando del Taormina Teatro Greco, Teatro Greco di Siracusa, Palazzo dei normanni, del vulcano Etna, della cultura barocca di Noto di quella di Caltagirone. Parco Archeologico Di Segesta. delle bellezze dell’Isola di Ortigia e potrei parlare all’infinito ecc ecc..

Se fosse più informato adesso staremmo parlando di Archimede, Agatocle, Ruggero II, Pirandello, Vincenzo Bellini, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e tutti gli altri eroi, Andrea Camilleri ecc ecc

La SICILIA È
Dove i vicini sono parenti e ti offrono il caffè
Dove andare a mangiare è sempre una festa
Dove la domenica vai a casa di ospiti e devi portare Il vassoio di pasticcini
Dove ti incontro per strada e ti abbraccio come se fossi tuo fratello
Dove vedi giocare ancora i bambini per strada ecc
Comunque vedo solo che conosce quello che le piace…
Io voglio solo dirle che la Sicilia è più di quello per cui certi ignoranti come lei ci puntano il dito.
Noi siciliani siamo persone oneste, intelligenti, socievoli , allegri, orgogliosi,solari,fieri di essere siciliani e tante altre cose che non le vado a spiegare.

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Un Cappello Pieno di Ciliege

Prologo da….

UN CAPPELLO PIENO DI CILIEGE.

Di Oriana Fallaci

Ora che il futuro s’era fatto corto e mi sfuggiva di mano con l’inesorabilità della sabbia che cola dentro una clessidra, mi capitava spesso di pensare al passato della mia esistenza: cercare lì le risposte con le quali sarebbe giusto morire. Perché fossi nata, perché fossi vissuta, e chi o che cosa avesse plasmato il mosaico di persone che da un lontano giorno d’estate costituiva il mio Io. Naturalmente sapevo bene che la domanda perché-sono-nato se l’eran già posta miliardi di esseri umani ed invano, che la sua risposta apparteneva all’enigma chiamato Vita, che per fingere di trovarla avrei dovuto ricorrere all’idea di Dio. Espediente mai capito e mai accettato. Però non meno bene sapevo che le altre si nascondevano nella memoria di quel passato, negli eventi e nelle creature che avevano accompagnato il ciclo della formazione, e in un ossessivo viaggio all’indietro lo disotterravo: riesumavo i suoni e le immagini della mia prima adolescenza, della mia infanzia, del mio ingresso nel mondo. Una prima adolescenza di cui ricordavo tutto: la guerra, la paura, la fame, lo strazio, l’orgoglio di combattere il nemico a fianco degli adulti, e le ferite inguaribili che n’erano derivate. Un’infanzia di cui ricordavo molto: i silenzi, gli eccessi di disciplina, le privazioni, le peripezia d’una famiglia indomabile e impegnata nella lotta al tiranno, quindi l’assenza di allegria e la mancanza di spensieratezza. […] Riesumavo in ugual modo i suoni e le immagini dei miei genitori, da anni sepolti sotto un’aiuola di rose. Li incontravo ovunque. Non da vecchi, quando li consideravo più figli che genitori, sicché a sollevare mio padre per posarlo su una poltrona e a sentirlo così lieve e rimpicciolito e indifeso, a guardarne la testolina tenera e calva che si appoggiava fiduciosamente al mio collo, mi pareva di tenere in braccio il mio bambino ottuagenario. Da giovani. Quando eran loro a sollevarmi e a tenermi in braccio. Forti, belli, spavaldi.

Oriana Fallaci

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