Un giorno un vecchio mi disse….

“ Un giorno un vecchio mi disse: ” Quando incontri qualcuno, e questo qualcuno ti fa fermare il cuore per alcuni secondi: fai attenzione, questo qualcuno potrebbe essere la persona più importante della tua vita.
Se gli occhi si incrociano e in quel momento c’è la stessa luce intensa tra loro: stai allerta, può essere la persona che stai aspettando dal giorno che sei nato.
Se il tocco delle labbra è stato intenso, se il bacio è stato appassionante e gli occhi si sono riempiti di acqua in quel momento: rifletti, c’è qualcosa di magico tra voi.
Se il primo e l’ultimo pensiero del giorno è per quella persona, se il desiderio di stare insieme arriva a stringerti il cuore: ringrazia Dio, ti ha mandato un dono divino…l’amore.
Se un giorno doveste chiedere perdono l’uno a l’altro per qualche motivo e in cambio ricevere un abbraccio, un sorriso, una carezza fra i capelli e i gesti varranno più di mille parole: arrenditi, voi siete fatti l’uno per l’altro.
Se per qualche motivo fosse triste, se la vita le avesse inflitto un colpo e tu sarai lì a soffrire il suo dolore, a piangere le sue lacrime e asciugarle con affetto: che cosa meravigliosa! Lei potrà contare su di te in qualsiasi momento della vita.
Se riesci col pensiero a sentire l’odore della persona come se si trovasse al tuo fianco, e se la trovi meravigliosamente bella anche quando indossa un vecchio pigiama, ciabatte e ha i capelli arruffati.
Se non riesci a lavorare per tutto il giorno, emozionato per l’appuntamento che avete…
se non riesci ad immaginare in nessun modo un futuro senza quella persona, e se hai la certezza che la vedrai invecchiare e, anche così, sei convinto che continueresti ad essere pazzo per lei.
Se preferiresti morire prima di vedere l’altra andarsene…allora vuol dire che l’amore è entrato nella tua vita! E’ un dono!”
Poi sorrise e mi disse: “Molte persone si innamorano molte volte nella vita, ma poche amano o trovano un amore vero. A volte lo incontrano e non prestano attenzione a questi segnali, e lo lasciano passare senza accadere veramente. E’ libero arbitrio. Per questo, presta attenzione ai segnali, non lasciare che le follie del quotidiano ti rendano cieco alla miglior cosa della vita: l’amore! Quello che è sincero non cambia mai!”…

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Figli di papà. ….

Quando i figli dei potenti si mettono nei guai
Ecco tutti i “delfini” che imbarazzano i padri

C’è Verdini jr che toglie le ganasce alla sua auto, la famigerata bat-caverna di Moratti e il leggendario ‘Trota’ Bossi con i suoi titoli di studio. E poi ci sono quelli, tanti, che grazie al ruolo dei genitori ottengono poltrone importanti e regali a cinque cifre

Articolo tratto da l’Espresso

DI SUSANNA TURCO

14 maggio 2015

C’è da dire che almeno Tommaso Verdini, figlio del (già) plenipotenziario forzista Denis, stavolta ha fatto proprio tutto da solo. L’altra sera a Firenze, ha liberato il suo suv Mercedes in divieto di sosta dalle ganasce messe dai vigili, le ha caricate in auto ed è ripartito allegro per la sua serata con gli amici. La denuncia per furto aggravato, se l’è conquistata in piena e attiva autonomia.

Il che tutto sommato salta agli occhi: perché invece spesso, nella dolente e vischiosa storia dei figli dei politici che affiorano agli onori delle cronache, compare un che di passivo e di fatale. La prole, soprattutto nei racconti dei genitori, pare a volte poco più che mera destinataria: di posti di lavoro, di favori, di regali, di carriera politica, di preoccupazioni, oggetto in generale dei pensieri altrui, siano di mamma e papà, o degli amici loro. Ma in ogni caso, sempre meritevole di stare dove sta, ci mancherebbe.

Capolavoro di passività è il caso Lupi. Laureato al Politecnico di Milano con 110 e lode, Luca Lupi, figlio del ministro Maurizio, si vede per esempio recapitare un Rolex da 13 mila euro. Glielo manda con tanti complimenti l’ingegner Stefano Perotti, socio di Ercole Incalza, il capo della centrale operativa delle grandi opere al ministero delle infrastrutture: insomma uno che conosce papà. Così pure, due mesi dopo, Luca viene spedito, via Incalza, da Perotti e infine dal genero di costui, Giorgio Mor, dal quale lavora per il palazzo dell’Enel a San Donato Milanese, 1.300 euro netti al mese per un anno. Ma insomma, lui si è laureato, è il padre che ha telefonato.

Perché i figli so’ ‘n piezz’ ‘e core, in nessun caso definibili “pirla”, come ha fatto il papà delribelle no-expò. Ma, prima ancora, sono oggetto di timori e preoccupazioni. Studiano, sì, ma ce la faranno? Il genitore fa quel che può, e del resto, se potente, per poco che faccia, fa molto. “Dico che quello oggi ha fatto trent’anni”, si sfogavaAngelo Balducci col costruttore Diego Anemone, parlando del suo primogenito Filippo: “Io per carità non voglio nemmeno confrontarmi con voi. Ma io dico che tu, a trent’anni, eri già capo di un piccolo impero. Questo non c’ha manco un posto da usciere tanto per essere chiari. Permetterai che uno è un po’ incazzato». Poi, se come ha sostenuto il magistrato dell’accusa nel processo sulla cricca, Anemone si dà da fare per aiutare il figlio di Balducci, che vuoi, vien da sé.

Lo stesso Tommaso Verdini, del resto, all’epoca fa finì sui giornali perché, a margine dell’inchiesta sulla P4, venne fuori che usava l’imprenditore amico di papà, Riccardo Fusi, come una sorta di agenzia di viaggi last minute. Peccato veniale. Tommaso deve fare il test d’ingresso alla Bocconi? Chiama Fusi e lui prenota subito all’Hotel Cusani di Milano. Invece di una stanza, al ragazzo ne danno due: «Volevo sapere se anche quella è sul tuo conto». Figurarsi: «Mettile sul mio conto». Stesso schema a Forte dei Marmi, dopo la maturità, sempre in Versilia («siamo in otto»), a Milano prima di partire per Ibiza («sì anche il garage è gratis»). Anche in questo caso Verdini junior mostra una certa autonomia. Ma una volta è la mamma a chiamare: «Quell’ebete di mio figlio arriva alla Malpensa alle undici e mezzo… ecco volevo mandarlo in albergo a Milano. La suite, quella che hai dato a Denis».

Mio figlio, quell’ebete. Perché nella famosa storia delle colpe che ricadono, di rado è davvero chiaro quali ricadano su chi: a volte tornano indietro, tipo boomerang, da figlio a genitore, ma di solito è un condominio. Le colpe, o diciamo le responsabilità, stanno in affido congiunto. Si rimpallano. Quando la ministra Cancellieri, da Guardasigilli, fu chiamata a rispondere in Aula per quelle telefonate di interessamento verso lafiglia Ligresti, allora detenuta ma amica di famiglia, ritagliò uno spazio per chiarire anche la posizione di suo figlio Piergiorgio Peluso, bocconiano e banchiere dalla carriera brillante, che aveva lavorato 12 mesi come direttore generale della Fonsai (ricevendone peraltro oltre tre milioni di buonuscita): “Tengo a sottolineare che quando lui ha avuto quell’incarico, io ero una tranquilla signora in pensione, che mai avrebbe pensato di diventare ministro”, disse in Parlamento. La frase serviva a chiarire che Piergiorgio non era là in quanto figlio di: è adesso che lui è indagato per bancarotta proprio per il fallimento della Fonsai, si immagina Cancellieri almeno sollevata di non essere più ministro. Sennò sai che titoli.

Sempre a proposito di rimpalli, c’è per esempio in risalto, adesso che Vincenzo De Luca corre per la regione Campania, la simpatica tegola del suo primogenito Piero, già componente dell’assemblea nazionale del Pd, che è indagato per concorso in bancarotta fraudolenta nell’inchiesta sul fallimento del pastificio Antonio Amato. Secondo i magistrati, De Luca junior, che fa l’avvocato, avrebbe ricevuto 23mila euro da una immobiliare controllata dal pastificio, sotto forma di biglietti aerei. Peraltro, secondo le dichiarazioni rese ai pm da Giuseppe Amato, mentre il padre faceva il sindaco di Salerno, De Luca junior era consulente legale, presso il pastificio, per una variante urbanistica da approvare per trasformare l’area dell’ex stabilimento in un centro residenziale, materia cioè che atteneva al comune. Vai a capire: De Luca senior comunque tira dritto, come al solito.

E’ poi finita con un patteggiamento (sei mesi, convertiti in 49 mila euro di multa), invece, la storia della Bat casa di Gabriele Moratti, esplosa quando ancora sua madre Letizia faceva il sindaco di Milano. Gabriele – a quanto pare senza i permessi necessari – aveva trasformato 447 metri quadri di laboratorio a uso industriale, in una mega residenza avveniristica: si parlava di un bunker sotterraneo cui si accedeva attraverso una botola motorizzata, un poligono di tiro, una piscina, forni, sala fitness, vasca idromassaggio, bagno turco. Non è vero niente, protestò Gabriele all’epoca: “E’ tutta una colossale montatura usata contro mia madre. Noi siamo legati da un profondo e reciproco affetto, ma io faccio la mia vita e rivendico la mia indipendenza”. Altrettanto fece poi lei: “Mio figlio è indipendente, francamente non mi occupo delle questioni tecniche relative alla sua casa, comunque ognuno si assumerà le sue responsabilità”. Ad ogni buon conto, due consiglieri del Pd fecero recapitare alla sindaca una maschera di Batman, e in ogni caso – anche se non per questo – la sua carriera in politica finì. E ognuno si prese le sue responsabilità.

Ma insomma, il più delle volte, indistinguibili le responsabilità, la faccenda è un impasto di meriti e familismo di potere, in una linea di continuità nella quale è difficile, sia da dentro che da fuori, individuare un punto di frattura. In un paese dove si trova lavoro per “segnalazione” nel 78 per cento dei casi (dato Eurostat 2012), anche per chi, per politica o potere in genere è immerso in un mondo nel quale nessun favore, nessun incarico è disinteressato anche quando sia penalmente irrilevante, è più che altro una questione di gradi: a volte la coincidenza spicca come un neon fosforescente, altre sbiadisce quasi del tutto.

Quando la figlia dell’allora ministra del LavoroElsa Fornero e dell’economista Enrico Deaglio, Silvia, finì sui giornali in quanto professore associato nella stessa università nella quale i genitori erano ordinari, e responsabile della ricerca in una fondazione finanziata dalla Compagnia di San Paolo, di cui la mamma era stata vicepresidente, esplosero illazioni. E, insieme, l’indignazione della ministra: “Mia figlia ha lavorato duro e si è guadagnata tutto quel che ha”. Quando Fabrizio Indaco, figlio diManuela Repetti, compagna di Sandro Bondi, fu assunto alla Direzione generale del cinema, proprio quando il forzista – e, diciamo, patrigno – era ministro della Cultura, la mamma sbottò: “Ma insomma in attesa di laurearsi dovrà pure guadagnare qualcosa”.

Questione di gradi, di sensibilità. Meno facile, per non dire peggio ancora se il padre (o la madre) si mette in testa di far sì che il figlio segua le sue orme. Su questo Renzo Bossi è caso di scuola, interessante al limite anche dal punto di vista psicologico, oltreché giudiziario. Dopo aver fatto del suo faticoso diploma un caso nazionale, infatti, Bossi pare si mise in testa di farne “se non il mio delfino, almeno la trota”, affibbiandogli peraltro quella condanna di soprannome che poi non s’è levato più. Renzo diventò consigliere regionale in Lombardia ad appena 21 anni, e con ben 12 mila voti. Dovette totalizzare in due anni, dal 2010 al 2012, quasi sedicimila euro di rimborsi-spese che il magistrato ha poi definito “non inerenti” per chiarire al padre che lui per la politica non era tagliato: caramelle, gomme da masticare, spazzolino da denti, mojito, campari, negroni, patatine, Fonzies, barrette ipocaloriche giornali, sigarette, un iPhone, auricolari, un computer, un libro di Pansa. E’ stato rinviato a giudizio a fine aprile, insieme con altri 55 consiglieri del Pirellone. E’ in buona compagnia, insomma, ma non altrettanto blasonata. Il figlio di Bossi resta lui.

Meglio è andata, alla fine, a Cristiano Di Pietro figlio di Antonio. Lui siede ancora in consiglio regionale in Molise, dove è stato eletto al secondo mandato, nella stessa tornata elettorale del 2013 nella quale suo padre è stato eliminato. Prima della fine, l’assicurazione: “Non è un altro Trota, ha fatto la gavetta, lui”, chiariva Antonio per difendersi dall’accusa di familismo. Certo poi, anche Cristiano a un certo punto si mise nei guai: finì nell’indagine sulla Global Service, per certe sue telefonate al provveditore alle opere pubbliche in Campania e Molise, nelle quali pare chiedesse incarichi e consulenze per la sua rete amicale. Ma la faccenda finì in un bicchier d’acqua, e lui, prima indagato, fu archiviato. E chissà se magari adesso sarebbe disposto a fare staffetta col padre: si appresta a far cosìTommaso Barbato, che corre (col centrosinistra) per il consiglio regionale campano dove per cinque anni (col centrodestra) è stato seduto suo figlio, Francesco. Raro, ma talvolta accade anche questo

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La Notte Santa di Guido Gozzano

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– Consolati, Maria, del tuo pellegrinare!
Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei.
Presso quell’osteria potremo riposare,
ché troppo stanco sono e troppo stanca sei.

Il campanile scocca
lentamente le sei.

– Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio?
Un po’ di posto per me e per Giuseppe?
– Signori, ce ne duole: è notte di prodigio;
son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe

Il campanile scocca
lentamente le sette.

– Oste del Moro, avete un rifugio per noi?
Mia moglie più non regge ed io son così rotto!
– Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi:
Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto.

Il campanile scocca
lentamente le otto.

– O voi del Cervo Bianco, un sottoscala almeno
avete per dormire? Non ci mandate altrove!
– S’attende la cometa. Tutto l’albergo ho pieno
d’astronomi e di dotti, qui giunti d’ogni dove.

Il campanile scocca
lentamente le nove.

– Ostessa dei Tre Merli, pietà d’una sorella!
Pensate in quale stato e quanta strada feci!
– Ma fin sui tetti ho gente: attendono la stella.
Son negromanti, magi persiani, egizi, greci…

Il campanile scocca
lentamente le dieci.

– Oste di Cesarea… – Un vecchio falegname?
Albergarlo? Sua moglie? Albergarli per niente?
L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame
non amo la miscela dell’alta e bassa gente.

Il campanile scocca
le undici lentamente.

La neve! – ecco una stalla! – Avrà posto per due?
– Che freddo! – Siamo a sosta – Ma quanta neve, quanta!
Un po’ ci scalderanno quell’asino e quel bue…
Maria già trascolora, divinamente affranta…

Il campanile scocca
La Mezzanotte Santa.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

È nato il Sovrano Bambino.
La notte, che già fu sì buia,
risplende d’un astro divino.
Orsù, cornamuse, più gaje
suonate; squillate, campane!
Venite, pastori e massaie,
o genti vicine e lontane!

Non sete, non molli tappeti,
ma, come nei libri hanno detto
da quattro mill’anni i Profeti,
un poco di paglia ha per letto.
Per quattro mill’anni s’attese
quest’ora su tutte le ore.
È nato! È nato il Signore!
È nato nel nostro paese!
Risplende d’un astro divino
La notte che già fu sì buia.
È nato il Sovrano Bambino.

È nato!
Alleluja! Alleluja!

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Il Piccolo Principe e la Volpe

Che cosa vuol dire “addomesticare”?
È una cosa da molto dimenticata. Vuol dire “creare dei legami”…»
«Creare dei legami?»
«Certo», disse la volpe. «Tu, fino ad ora, per me, non sei che un ragazzino uguale a centomila ragazzini. E non ho bisogno di te. E neppure tu hai bisogno di me. Io non sono per te che una volpe uguale a centomila volpi. Ma se tu mi addomestichi, noi avremo bisogno l’uno dell’altro. Tu  sarai per me unico al mondo, e io sarò per te unica al mondo.» …

…disse la volpe. «Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.»
«L’essenziale è invisibile agli occhi», ripeté il piccolo principe, per ricordarselo.
«È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante.»
(Il piccolo principe)

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Il viaggio e l’uomo

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Uomo

Cosa serve ad un uomo avere il mondo intero se perde la sua anima

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Elogio del silenzio di Umberto Eco

Il nuovo presidente della Repubblica è un uomo di poche parole. Virtù, ma anche vizio, dei siciliani come dei piemontesi. Comunque, caratteristica da apprezzare in un mondo sempre 
più dominato 
dal rumore

Elogio del silenzio

Sono personalmente molto contento di come sono andate le elezioni del presidente della Repubblica. Ma devo dire che – avendo deciso, da cittadino consapevole, di seguirne le fasi per alcune settimane, dalla stampa alla televisione e ai vari interventi in linea, sino alle maratone televisive in cui si commentavano minuto per minuto le variazioni di proposte, scelte e rifiuti – mi sono sentito sopraffatto dal rumore. Davvero, in un’epoca in cui si vorrebbe fare tutto in streaming, è indispensabile parlare sempre e ad alta voce di quello che sta succedendo in un dato istante, e che magari cambierà pochi secondi dopo?

NON CREDO DI ESSERE contrario ai principi della democrazia se ritengo che molte contrattazioni politiche, per non degenerare in fucilazioni anticipate, dovrebbero svolgersi nel riserbo, attraverso consultazioni prudenti, e l’opinione pubblica dovrebbe giudicare sui loro risultati – poiché, per tanto che si parli, non può intervenire a modificarne le fasi.

Così mi sono sentito sollevato quando il neo-presidente eletto, ricevendo il verbale d’investimento, ha pronunciato solo quattro parole in croce. E bravo il rappresentante della tradizione siciliana, che induce a parlare pochissimo. Non sono solo i siciliani a parlare poco, ci sono anche i piemontesi. Naturalmente questa propensione, che è una virtù, ha il suo opposto nel vizio dell’omertà. Non in Sicilia, ma a pochi chilometri dalla mia città natale c’è un paese, Mandrogne, di cui si diceva che gli abitanti (di origine antica e misteriosa) praticassero l’omertà a tal punto che, se il postino domandava a qualcuno dove abitasse, poniamo, tale Mario Rossi, l’interpellato rispondeva con un semplice cenno del capo per significare che non lo sapeva – e magari Mario Rossi era lui. Leggende, forse, ma che non mi dispiacciono. Il silenzio può essere reato, ma spesso è difesa della propria privatezza, il non voler mettere le cose in piazza.

Così, mentre tutti parlavano troppo, pensavo ad Arpocrate, il dio del silenzio. Arpocrate nasceva nella mitologia egizia e aveva molte caratteristiche, ma era spesso rappresentato con il dito sulla bocca. In tal senso era diventato (teste anche Plutarco) il dio del silenzio iniziatico, dell’obbligo di non rivelare i misteri sacri. Ma, nel mondo moderno, la figura di Arpocrate cominciava ad apparire negli “Emblemi” di Alciati, nelle “Imagini delli Dei de gl’antichi” di Cartari, negli “Hieroglyphica” di Pierio Valeriano, e nel Seicento l’invito al silenzio si spogliava delle sue connotazioni misteriche e si riferiva alla riservatezza politica, ai segreti di stato, all’esigenza di praticare la simulazione o almeno la dissimulazione persino delle proprie virtù.

Alciati aveva descritto il Silentium con l’immagine di un maturo studioso che, levando il capo dai suoi libri, si volge verso l’osservatore portando il dito sulle labbra. E ricordava che, proprio attraverso il silenzio, il sapiente si distingueva dallo stolto. Che era poi una eco delle regole monastiche medievali, così severe da escludere persino le parole giocose.

MENTRE MI ASSORDAVO con le parole delle Quirinarie, ricevevo il bel libro di Bice Mortara Garavelli, “Silenzi d’autore” (Laterza, € 18) dove si allineano infiniti elogi del silenzio, dai tragici greci agli autori contemporanei, ma toccando anche i silenzi dei mistici, e l’impossibilità di parlare di ciò che è accaduto da parte dei testimoni dell’Olocausto (ma anche il silenzio colpevole di chi non ne aveva parlato a tempo debito). Ci sono i silenzi eloquenti del linguaggio amoroso, i sovrumani silenzi leopardiani, i silenzi che dicono molto, e vorrei estendermi anche al silenzio cosmico che ha preceduto il Big Bang, e al silenzio celebrato indirettamente da Valery quando diceva che forse l’universo non è che un difetto nella purezza del non-essere.

Rubo a Bice Mortara Garavelli due belle citazioni. Una è di Leopardi: «Il silenzio è il linguaggio di tutte le forti passioni, dell’amore (anche nei momenti dolci), dell’ira, della maraviglia, del timore». L’altra è da Montale: «La più vera ragione è di chi tace».

E adesso taccio anch’io perché la Bustina, per fortuna, non ha più spazio.

04 febbraio 2015

Umberto Eco

da La bustina di minerva (l’Espresso)

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