Vincenzo Consolo: ‘Addio Milano voglio morire nella mia isola’

 
 Dopo oltre 40 anni di attivita’ milanese, lo scrittore messinese Vincenzo Consolo torna in Sicilia per restarvi definitivamente

Vincenzo Consolo"Oggi la Milano dei miei sogni, delle mia aspettative e’ una citta’ irriconoscibile, per dirla con Rushdie. Una citta’ centrale della menzogna. Adesso pero’ e’ giunto il momento del ritorno. Torno nella mia terra. Voglio morire nella mia Isola". Lo scrittore messinese ha così spiegato le ragioni della sua fuga da Milano al settimanale Asud’Europa del Centro Pio La Torre.

 "Il prossimo anno faro’ ancora una volta le valigie e tornero’ nella mia Isola", aggiunge Dalla Sicilia era partito nel lontano 1968: "Non volevo accettare il paradigma della raccomandazione, degli onorevoli, del posto sicuro alla Regione. Sollecitato da due intellettuali, Vittorini e Calvino, che allora pubblicavano una rivista, Menabo’". L’invito rivolto ai giovani intellettuali italiani, spiega lo scrittore, era quello di studiare la nuova realta’ italiana, il processo di industrializzazione del Paese, l’inurbamento delle masse meridionali. "Sono arrivato a Milano – prosegue – perche’ volevo vedere quella grande trasformazione. Prima di partire mi sono consultato con due miei grandi amici, due persone assolutamente diverse e opposte".

Il riferimento è a due scrittori: uno era Leonardo Sciascia e l’altro era, un poeta, un barone, Lucio Piccolo di Cala Novella, cugino di Lampedusa che Consolo ha frequentato per tanti anni. Piccolo viveva a Capo d’Orlando vicino al paese dello scrittore (S. Agata di Militello). E’ stato un grande maestro per lui, era un uomo sapientissimo, conosceva tutta la letteratura e la poesia. Era stato scoperto da Montale, pubblicato da Mondadori.

Quando Vincenzo Consolo decise di partire, Sciascia gli disse: "Qui non c’e’ piu’ speranza, se io fossi piu’ giovane e non avessi famiglia partirei anch’io’". Piccolo invece, che aveva una concezione romantica della letteratura e la pensava diversamente, gli consigliò di rimanere: "Non parta, perche’ rimanendo lontani si ha piu’ fascino. Se raggiunge i centri culturali, li’ diventa uno come tanti altri’". Consolo racconta che raggiunse Milano per andare a studiare all’Universita’ Cattolica dove trovo’ molti studenti meridionali: "Questi miei compagni di scuola divennero poi, con gli anni, classe dirigente italiana. Molti eminenti uomini politici, democristiani. C’erano i fratelli De Mita, Gerardo Bianco, i fratelli Prodi. Dopo la laurea decisi di tornare in Sicilia. Ho insegnato nelle scuole agrarie. L’insegnamento in scuole sperdute, in paesini di montagna, mi serviva per conoscere meglio il mondo contadino che io volevo raccontare".

 

Negli anni in cui aveva deciso di fare lo scrittore, gli schemi, gli esempi, "gli archetipi" erano da una parte Carlo Levi con "Cristo si e’ fermato a Eboli" e con il libro siciliano "Le parole sono pietre", che parlano appunto dei due mondi contadino sotto il fascismo. Dall’altra parte i miti di Pavese, di Vittorini. Soprattutto il Vittorini di Conversazioni in Sicilia. "Io volevo conoscere questo mondo, volevo assolutamente rappresentarlo. Oggi la Milano dei miei sogni, delle mia aspettative e’ una citta’ irriconoscibile, per dirla con Rushdie. Una citta’ centrale della menzogna. Adesso pero’ e’ giunto il momento del ritorno. Torno nella mia terra. Voglio morire nella mia Isola".

 

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