Par condicio per gli uomini

Articolo tratto dal sito internet del "Corriere della Sera" – Economia
 

Pubblico impiego, sorpasso rosa

Le donne sono il 54,7% dei dipendenti, ma poche dirigenti Laureate, vincono i concorsi, guadagnano il 15% in meno

La pubblica amministrazione è sempre più rosa. Le donne continuano a essere pagate meno, ad avere maggiori difficoltà nella carriera, ma sono sempre di più: ormai sfiorano il 55% del personale dipendente, come emerge dal conto annuale della Ragioneria generale dello Stato. Con il passare degli anni, nei ministeri, negli enti pubblici non economici, nella scuola, le donne hanno superato gli uomini.

Dal 2001 la presenza femminile negli uffici statali è cresciuta sempre di più, passando dal 51,3% al 54,7% del 2007 con un incremento di 3,4 punti percentuali. Troppo poco, dirà qualcuno. Non proprio, se si pensa a un Paese (come il nostro) superato, nelle classifiche delle donne in Parlamento, persino dal Burundi e dal Vietnam. Le donne nel pubblico impiego sono quindi la maggioranza, anche se dall’analisi dei dati emerge chiaramente come alcuni settori continuino a essere, nonostante tutto, una prerogativa prettamente maschile. È il caso della carriera diplomatica in cui la percentuale della presenza femminile si ferma appena al 15,3% (contro il 13,8% del 2005) oppure delle forze armate (0,5%) dove su un totale di 141 mila militari, le donne sono appena 739. Stessa storia nei corpi di polizia, in cui, nonostante la storica apertura alle donne, si registra una presenza rosa limitata al 6,2%. «Le ragioni sono prettamente culturali — spiega Rosa Pavanelli, segretaria nazionale della funzione pubblica Cgil—l’occupazione femminile nel nostro Paese continua a concentrarsi nei settori che sembrano essere la continuazione dell’attività di cura che la donna riveste nella famiglia».

Come la scuola o il servizio sanitario nazionale. L’istruzione è senza ombra di dubbio l’area in cui le donne primeggiano: rappresentano il 77,3% del personale mentre arrivano al 62,2% nel servizio sanitario nazionale. Maggioranza rosa anche negli enti pubblici non economici (54,3%) come Aci, enti previdenziali e assistenziali, così come nella presidenza del Consiglio (50,6%). Mentre si avvicinano alla parità settori come la magistratura (38,7% di donne) la carriera prefettizia (49,7%), i ministeri registrano nel 2007 (nel valore assoluto) una diminuzione della presenza femminile di circa il due per cento. Tutto a causa della riduzione complessiva del personale in questo comparto, spiegano alla Ragioneria dello Stato, e comunque la presenza femminile nei dicasteri rappresenta il 51% circa sul totale dei dipendenti.

L’apporto delle donne al mondo della pubblica amministrazione si caratterizza per un elevato tasso di istruzione. Tra i dipendenti pubblici laureati o diplomati, infatti, il 60% è costituito da donne. Eppure, molto difficilmente riescono a fare carriera e a sfondare quello che viene comunemente definito «il tetto di cristallo»: un limite invalicabile e trasparente che non consente alle donne di accedere ai ruoli di comando. Una «tesi» che trova conferme anche negli uffici statali, dove la quota delle donne dirigenti resta confinata (fino al 2005, ultimi dati disponibili) al 19% per la prima fascia e al 33% per la seconda fascia. Un esempio tra tutti: i funzionari dell’Agenzia delle Entrate sono in maggioranza donne. 53% se si dà un’occhiata agli assunti tra il 2004 e il 2008. Eppure i dirigenti «preposti a funzioni di vertice» sono per l’85% uomini. Stessa cosa per gli «altri» dirigenti (71% uomini) e per i funzionari con incarichi dirigenziali (62,5% uomini). «Lavoriamo sull’intera area nazionale — spiega il direttore del personale dell’Agenzia Girolamo Pastorello — quando si riceve una proposta di incarico dirigenziale la maggior parte delle volte si è costretti a spostamenti territoriali.

Sulle donne grava ancora il peso della vita familiare anche se bisogna tenere in considerazione che la platea di dirigenti è ferma a concorsi che risalgono a parecchio tempo fa, quando gli uomini erano in netta maggioranza». Le cose, insomma, tenderanno a migliorare col tempo, secondo Pastorello. «Basta dare un’occhiata ai funzionari con incarichi dirigenziali tra il 2001 e il 2003 e tra il 2004 e il 2008. Si è passati da una presenza femminile del 28% al 49%». Eppure le donne guadagnano in media il 15% in meno degli uomini e continuano a essere sottorappresentate nei posti di potere, come dicono i numeri della Camera (su 272 deputati del Popolo della Libertà siedono 55 donne, il 20,2%, e su 218 deputati del Partito Democratico 62 sono donne, 28,4%) e anche quelli del Senato (su 322 senatori, 59 membri sono donne, pari al 18,3% del totale). Ma come mai ci sono così tante donne nella pubblica amministrazione? «Innanzitutto si accede tramite concorso — dice Francesca Zajczyk, autrice de La resistibile ascesa delle donne in Italia e professoressa di sociologia urbana alla Bicocca di Milano — e in qualche modo la logica della cooptazione è più neutra. Poi nella pubblica amministrazione c’è un clima meno competitivo e più favorevole a chi deve conciliare vita familiare e vita lavorativa.

Ci sono orari più gestibili e definiti, anche se rimane fortissima la segregazione verticale: non c’è progressione di carriera perché la maggior parte delle volte a giudicare è un uomo». Certo, continua Zajczyk, «ci sono moltissimi altri vantaggi come la possibilità di fare orario continuato oltre ad avere un accesso relativamente più semplice al part time». Una formula che piace molto alle donne del pubblico impiego: su un totale di 155.280 dipendenti che hanno scelto questa soluzione di lavoro nel 2007, 133.469 sono donne, pari all’86% del totale. In questo scenario complessivo della Pubblica amministrazione Renato Brunetta ha da poco rilanciato il tema dell’età pensionistica delle donne. Il ministro ha creato non poco scompiglio con la proposta di aumentare l’età della pensione delle donne portandola dai 60 anni (attuali) ai 65.

«Si tratta di una mistificazione della presunta discriminazione tra uomini e donne — commenta dalla Cgil Rosa Pavanelli — è dalla riforma Dini che le donne hanno nei settori pubblici la possibilità di prorogare l’attività fino addirittura ai 67 anni. Nel percorso lavorativo delle donne ci sono già diverse difficoltà, questa sarebbe un’ulteriore penalizzazione». Contraria anche Renata Polverini: «Già ora, nel pubblico come nel privato — precisa la leader Ugl — molte donne vanno in pensione qualche mese prima degli uomini. La possibilità di uscire prima dal mercato del lavoro è uno dei pochi riconoscimenti alle donne della difficoltà di occuparsi contemporaneamente del lavoro e degli aspetti familiari. Il nostro Paese si occupi prima di incentivare le politiche di welfare a sostegno della famiglia».

Corinna De Cesare
25 gennaio 2009

 

 
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